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SAMORI' Nicola

 

Nicola Samorì

 


 
 

 

Nicola Samorì    

Nato a Forlì nel 1977, vive e lavora a Bagnacavallo (RA)

 

2016

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GARE DE L'EST, Alberto Burri, Nicola Samorì, Gustave Joseph Witkowski, A project by Chiara Ianeselli, Anatomical Theatre of Padua, Palazzo del Bo, University of Padua

16° QUADRIENNALE D'ARTE ALTRI TEMPI, ALTRI MITI, Palazzo delle Esposizioni, Roma

BIENNALE GHERDEINA, FROM HERE TO ETERNITY curated by Adam Budak, Center of Ortisei, Ortisei

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2015

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MATTIA MORENI/NICOLA SAMORÌ – LA DISCIPLINA DELLA CARNE, Museo Civico Luigi Varoli Cotignola / FAR Fabbrica Arte Rimini

GARE DU SUD, Anatomical Theatre of the Archiginnasio, Bologna

OFFEN/OPEN, Galerie Eigen+Art Leipzig/Berlin, Berlin

GARE DU NORD, Theatrum Anatomicum, Amsterdam

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2013

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GUARIGIONE DELL'OSSESSO, Christian Ehrentraut, Berlin

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2012


FEGEFEUER, Tübingen, Germany

MEMORY, PAN | Palazzo delle Arti Napoli, Napoli

THE VENERABLE ABJECT, Ana Cristea Gallery, New York

VOLTANY, New York, LARMgalleri

POINT OF ENTRY, Ana Cristea Gallery, New York

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2011

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LA BELLEZZA NELLA PAROLA, Palazzo Reale, Piazza del Duomo, Milano

IMAGINIFRAGUS, Galerie Christian Ehrentraut, Berlin

VOLTA7, June 13 2011, Basel (Switzerland) Solo show, LARMgalleri

54TH VENICE BIENNALE, June 4 – November 27 2011, Italian Pavilion, Arsenale

AUSSTELLUNG 13, Galerie Christian Ehrentraut, Berlin

Alla luce della croce, Galleria d'Arte "Raccolta Lercaro", Bologna

 

 

2010

 

Attraverso le tenebre / Goya, Battaglia, Samorì, Galleria d'Arte 'Raccolta Lercaro', Bologna


 

2009

 

Lo spopolatore, a cura di Giovanna Nicoletti, Museo di Riva del Garda (TN),   Forte di Nago (TN)


 

2008

 

9 °Premio Cairo, Palazzo della Permanente, Milano

Ma liberaci dal male, a cura di A. Dell'Asta e G. Foschi, Galleria San Fedele, Milano

Stramberia di Pensieri d'Argomento di Metro Azione, a cura di Stefania Vecchi, Casa Rossini , Lugo (RA)

Estate in scena 2008. Le Elettra, Mercati di Traiano, Roma

Not so private. With my tongue in my cheek, courtesy L'Ariete artecontemporanea, Villa delle Rose, Bologna

Rigor Vitae, Galleria L'Ariete artecontemporanea, Bologna

 

 

2007

 

A View of Contemporary Art, a cura di E. Evans, Gallery 705, Stroudsbourg, PA (USA)

La nuova figurazione italiana - to be continued, a cura di C. Canali, Fabbrica Borroni, Bollate (MI)

Premio Arti Visive San Fedele 2006/2007 - Il senso del male, Galleria San Fedele, Milano

Sine Die, a cura di A. Zanchetta, Museo d'Arte Contemporanea di Gibellina (TP)

Premio Fabbri 2007, a cura di M. Mojana, Fondazione Del Monte, Bologna

Luoghipersonecose, a cura di M. Fabbri e P. Trioschi, Pescherie della Rocca, Lugo (RA)

Visioni &Illusioni, a cura di S. Pegoraro, Castello Cinquecentesco, L'Aquila

Arte Italiana 1968-2007. Pittura, a cura di V. Sgarbi e M. Sciaccaluga, Palazzo Reale, Milano

Body Art, SouthWest Minnesota State University Art Museum, Marshall, MN (USA)

 

2006

 

Lapsus, a cura di D. Bertolini e S. Foschini, Forte Strino, Vermiglio (TN)

Premio Michetti 2006 Laboratorio Italia (vincitore 2006), a cura di P. Daverio, Palazzo San Domenico, Francavilla al mare (CH)

Album dei ricordi, a cura di C. Canali, Galleria Pittura Italiana, Milano

Fe/Male. Identità  del corpo, Galleria L'Ariete artecontemporanea , Bologna

Bologna si rivela, a cura di E. Agudio e U. Zampini, Palazzo Fava, Fondazione Carisbo

BonOmnia, a cura di E. Agudio e U. Zampini, Palazzo Fava, Fondazione Carisbo, Bologna

 

2005

 

Disiecta, a cura di D. Rondoni, Galleria L'Ariete artecontemporanea , Bologna

Disiecta, a cura di D. Rondoni, Chiesa del Pio Suffragio, Fusignano (RA)

Simurg. Memoria e amnesia, a cura di A. Zanchetta, Bellofresco Smart Collection, Mestre (VE)

TAC. Un paesaggio chiamato uomo, Galleria L'Ariete artecontemporanea, Bologna

Seven'¦ everything goes to hell, a cura di M. Sciaccaluga, Palazzo Pretorio, Certaldo (FI)

Alter Stadtsaal, Speyer (D)

Impronte, Museo d'Arte Moderna 'La Recoleta', Buenos Aires (Argentina)

Arte Libro. Indice Scultura II, Palazzo Re Enzo, Bologna

Alchimie Saline, a cura di A. Zanchetta, Oratorio della Santissima Annunziata, Solarolo (RA)

La nemica del cuore ovvero Le 12 Veneri, a cura di F. Giromi e di R. Roda, Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, Bondeno (FE)

Cuori Selvaggi, Palazzo del Podestà , Rimini

Amore, Studio di Restauro Ricerca e Conservazione Merlini Storti, Roma e Castello Carlo V, Lecce

 

 2004

 

Classicism Betrayed, Erdmann Contemporary Gallery, Cape Town (South Africa)

La conquàªte de l'obliquitè, a cura di B. Buscaroli, Ex Chiesa in Albis, Russi (RA) e Ex Chiesa di Sant'Anna, Repubblica di San Marino

New acquisitions, The Everard Read Gallery, Joannesburg (South Africa)

Dinamiche del Volto, a cura di P. Doninie D. Del Moro, Galleria d'Arte Contemporanea di Palazzo Ducale, Pavullo (MO)

Scandaglio - Rassegna dei vincitori del Premio Morlotti, a cura di M. Pizziolo e G. Seveso, Villa Castelbarco, Imbersago (LC)

I crimini dell'amore. Da Crepax all'Ultrapop, a cura di R. Roda e F. Giromi, Galleria L'Ariete artecontemporanea

 

 

 

 

 Lo spopolatore

A cura di Giovanna Nicoletti

 

Samor_Nicola_Absconditus_Galleria_Ariete_arte_contemporanea

Nicola Samorì 'Absconditus'

 

 

17 maggio - 5 luglio 2009

Museo DI Riva del Garda

Piazza Cesare Battisti 3/a

Riva Del Garda (TN)

orario: ore 10.00 - 12.30 / 13.30 - 18.00

chiuso il lunedì; luglio aperto tutti i giorni

 

www.galleriacivica-arco.it     -     www.comune.rivadelgarda.tn.it/museo

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Organizzata dalla Galleria L'Ariete arte contemporanea di Bologna e Studio d'Arte Raffaelli di Trento, in collaborazione con il Dipartimento del Contemporaneo, progetto MAG - Museo Alto Garda,  una mostra antologica dedicata a Nicola Samorì, divisa su due spazi espositivi: la Rocca di Riva del Garda e il Forte Superiore di Nago.

 

Per il territorio del Basso Sarca e per la Galleria Civica G. Segantini di Arco si tratta di un momento importante. Essa inaugura, infatti, il progetto culturale di distretto territoriale dell'Alto Garda, nel quale la Galleria è il soggetto motore con il Museo di Riva del Garda, capace di creare momenti di ricerca e di approfondimento per valorizzare personaggi e luoghi che hanno reso significativa la storia della comunità . Il territorio si esprime e si presenta, come evidenzia questa esposizione, anche attraverso le opere di artisti contemporanei che realizzano opere capaci di interpretare la memoria di un luogo.

 

La mostra dedicata a Nicola Samorì è stata pensata per creare una relazione tra i due distinti spazi espositivi di Riva e di Nago, un confronto a distanza tra diverse tecniche espressive, pittura, scultura e disegno. Samorì lavora con intensità  la materia, egli si distingue per un procedere attraverso stratificazione di strappi e lacerazioni, che fanno perdere ogni indizio narrativo.

 

'Le strutture del forte di Nago e della Rocca di Riva del Garda si propongono quali contenitori necessari al suo lavoro - spiega la curatrice Giovanna Nicoletti - Da una parte il forte, con la sua storia, la stratificazione, la memoria pronta a sfuggire per perdersi nella grandezza dello sconfinamento geografico; dall'altra la Rocca, con le preziose collezioni pittoriche, storiche e archeologiche e la tensione verso il lago'.

 

La struttura stessa della mostra: Lo Spopolatore, presenta non poche congruità  con quella del forte, popolato, come ci dice lo stesso artista, da esseri prima che da soggetti. Si alternano, quindi, busti ammutoliti, forme di spalle che nascondono la faccia al pubblico, e piccoli corpi che vanno trasformandosi in montagna. Il corpo si fa paesaggio e viceversa. Passando dal forte alla Rocca affacciata sul lago, l'opera di Samorì riesce, invece, a trasformare il ricco patrimonio delle opere pittoriche, conservato al Museo, in maniera dirompente: 'Nella pittura rimangono frammenti, strappi - sono le parole della direttrice della Galleria Civica, Nicoletti - Guerra e violenza, distruzione e decomposizione, i volti scavati, scomposti, quasi fatti a brandelli. L'opera è ormai divenuta qualcosa di altro'.

 

 

 

 

 

RIGOR VITAE

 

 

Samor_Nicola_Passivo_cavallo_Galleria_Ariete_arte_contemporanea

 

 

19 gennaio / 1 marzo 2008

 

 Nuova personale di NICOLA SAMORI' presso L'ARIETE artecontemporanea.

 

 L'autore presenta cinque grandi tele, delle quali una monumentale, unitamente ad una selezione di lavori di piccolo formato ed un nucleo di sculture in gesso, mai esposte prima, che costituiscono l'origine di tutto il suo lavoro pittorico recente.

 

Il titolo stesso della mostra, RIGOR VITAE, ha origine dalla sequenza di volti in gesso che simulano una morte in realtà non tale, poichè effettuati su modelli vivi e poi assunti a oggetto/soggetto di ogni esperienza pittorica successiva.

 

  Un breve percorso che sottopone lo spettatore alla visione di una carnalita' senza fluidi, poichè ad essere frazionato non è mai un corpo vero, ma la storia/corpo dell'arte e la massa della scultura, esprimendo una immobilità  che fa il verso al 'Piero della Francesca o dell'arte non eloquente' stilato da Bernard Berenson negli ultimi anni di vita. L'azione c'è, ma è interna all'opera ed organizzata come un gioco di prestigio che attraverso la scultura leva sangue ai vivi e con la pittura lo restituisce ai simulacri. Compito di questo travaso è certamente dimostrare l'abilità  del prestigiatore, così come il limine che ritaglia l'espressione di un vivo da quella di un morto, il volume linfatico di un polso che oscilla dal suo stesso calco inerte e spezzato. E la perdita di fluidità  pare essere una costante di questo percorso, poichè anche il gesto più semplice è sempre il risultato delle suture di molteplici segmenti del corpo che si animano con la stessa vitalità  di un teatro delle marionette.

  Lithops si erge a trattato di questa messinscena illogica dove le espressioni di pietà  e di grazia che popolavano tanta pittura controriformata sono diventati un teatro dove il dare e l'avere non hanno più senso, ridotti come sono a interpretare un complicato arabesco. E nell'arabesco precipitano molti dei lavori recenti di Samorì, per ripartire dallo stesso e ripopolarne di senso le forme.

 

 

 

Lapsus

 
 
Samor_Nicola_busto_scultura_gesso_Valeriani_gALLERIA_Ariete_arte contemporanea
 
 

 

Forte Strino
Vermiglio (Tn)


 23 luglio - 3 settembre 2006
 

Organizzato da
Comitato Forte Strino - Comune di Vermiglio
 

 

Catalogo monografico con testi di Daniele Bertolini e Sabrina Foschini
 

 

Trenta opere inedite di Nicola Samorì per il progetto espositivo site specific 'Lapsus' al Forte Strino di Vermiglio, Trentino. Un forte austro ungarico ricco di suggestioni e storia   accoglie alcune grandi tele e venti piccole tavole realizzate dal giovane artista per le scabre pareti di un luogo memore nella struttura della prima guerra mondiale.
''¦Per capire la tragedia delle guerre bisogna osservare attentamente i corpi delle vittime. Studiarli nelle fotografie, decifrarli nelle schede dei medici legali, riconoscerli dall'uso che ne viene fatto'¦I relitti dei volti e delle membra riportati alla luce da Nicola Samorì sono i frammenti di una forma ormai irrimediabilmente perduta, ma un tempo perfetta, come lo fu il Forte Strino, altero baluardo su cui hanno infierito gli eventi bellici prima, e poi decenni di spoliazioni e abbandono; fortezza mutilata, pervasa da crepe e fratture - lapsus - come i corpi di chi la ha abitata, come la memoria di chi ha attraversato il turbine della guerra.'
                                                                                                                                                                                                                                                   

                                     Daniele Bertolini                                                  

'Nicola ha deciso di inserire i suoi dipinti nelle ferite del granito con cui era costruito il forte Strino di Vermiglio, tra i rattoppi che ricuciono i furti della roccia preziosa, depredata dagli abitanti e andata a rifondare le case di un paese conteso e spopolato dalla guerra. C'è l'intento di guarire, con la pittura, il lapsus creato dalla mancanza e dalla nostalgia, dalla deportazione di un popolo e dalla loro nazionalità  ridisegnata con la violenza dei confini. Ma c'è anche la volontà  di sopperire e sottolineare la frattura nella grandezza dell'architettura, che a sua volta aveva rubato alla maestà  della montagna.'

 

                                        Sabrina Foschini

 

 

Nicola Samorì, protagonista della ricerca contemporanea non solo italiana, è fra i giovani artisti più apprezzati da critica e pubblico. Ha tenuto numerose mostre personali in sedi pubbliche e private in Europa (Italia, Germania), Sud Africa, Australia.

 

 
 
 

Subderma

 
 
 
 
Samor_Nicola_Moulages_Galleria_Ariete_arte_contemporanea

 

 

 

L'esposizione 'Subderma' consta di circa trenta lavori che si confrontano con la complessità  del linguaggio pittorico, alla ricerca di una rialfabetizzazione di un sistema a lungo impoverito.

Sono opere dissimili per dimensioni (dalle 20 piccole tavole cm.27x19   ai 2 pezzi che sfiorano i tre metri di altezza, unitamente alle ricorrenti icone verticali che saranno proposte in una breve sequenza di 4 elementi) e tecnica, accomunate tuttavia dalla elaborazione parossistica della superficie che letteralmente affonda, strato dopo strato, 'sottopelle', alla ricerca di una intimità , di una vergogna o stupore che è solo allusivamente anatomico e più manifestamente materico. Un sottostrato che impariamo a conoscere attraverso una 'frana/labes' del manto pittorico che ci consente per un attimo d'osservare il non detto, il nascosto, il terreno ludico che appartiene all'azione privata dell'artista e alla sua sperimentazione 'alchemica'.

Un breve alfabeto metodologico che approfondisce il confronto fra le materie e la loro sublimazione, in un affronto di acetati, oli, acrilici, carte e terre che si torcono e tendono abbracciando il quadro 'albertiano' con uno spazientito rispetto. Si può anche pensare ad un ricordo dell'episodio mitico di Marsia, così come all'accademia dell''ècorchè' non già  in termini narrativi, bensì fisici. L'epitelio non è tanto la descrizione della pelle, quanto la sua reale messa in posa sul supporto, ricorrendo a materie classiche e moderne indifferentemente che, strato dopo strato, compilano una immagine che si complica negli spessori e si semplifica nei profili, profili che contengono a fatica il collasso dei corpi.

Si susseguono infatti scenari cupi, grondanti materie plastiche ed eterogenee, che fanno l'effetto di elementari tavoli di posa; spesso si tratta di   volti e brani d'anatomia in cui la pelle è lasciata a maggese, esposta come scultura agli incidenti atmosferici, o di immagini ctonie che si lasciano osservare in trasparenza grazie al particolare processo di stratificazione e trasparenza che ordina il lavoro.

Ed è proprio nei processi pittorici che va ricercato un nuovo dinamismo delle forme, che rimodellano la 'persona' accompagnandola in una crescita quasi organica. Assemblando, per processo di stratificazione, materiali come rame, alluminio, pigmenti, acetato, si perviene ad una immagine estremamente articolata, dalle forme tumescenti in corso di trasformazione e in aperta contraddizione con la semplicità  dell'icona.

 

 

Disiecta


Samorì_Nicola_Smilla_Galleria_Ariete_arte_contemporanea
Nicola Samorì   'Smilla'

 

 

 

22 Ottobre / 31 Dicembre 2005

 

 

Nuovo appuntamento in galleria con   Nicola Samorì   artista di punta delle giovani generazioni, apprezzato da un pubblico internazionale per le sue significative presenze in sedi pubbliche e private in Europa ( Germania, Francia, Belgio ), Stati Uniti e Australia. Recentemente l'opera di Nicola Samorì è stata presentata a Roma con il Patrocinio dell'Associazione Parlamentare per l'Arte Contemporanea e una testimonianza di Claudio Strinati, Sovrintendente al Polo Museale Romano.

 

Asse portante della personale - che si aprirà  sabato 22 ottobre 2005 ( in occasione di 'Arte a Bologna Città  d'Arte' apertura straordinaria promossa dall'Associazione Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea - Ascom Bologna ) - un progetto articolato in alcuni momenti, in cui esposizione delle opere, raccoglimento e riflessione sui temi ispiratori di queste si incontrano in luoghi significativi per vocazione ed atmosfera. Punti focali della mostra alcune grandi figure a cui faranno da controcanto disiecta membra, frammenti corporei disseminati nello spazio.

 

L'artista ci invita, attraverso le opere, alla meditazione su temi attuali e primari della condizione umana - la sacralità  di corpo e vita - la sensibilità  e il senso di sè nelle dimensioni fisica e spirituale. Il   corpo violato diviene metafora della complessità  del tempo in cui viviamo.
Tema ispiratore da tempo della ricerca dell'artista, il corpo è quindi immagine centrale, nella sua universale valenza culturale e simbolica, ma anche oggetto ogni giorno di sacrifici e di una violenza che genera solo sè stessa.

 

La mostra sarà  accompagnata da un Catalogo con un testo poetico di Davide Rondoni, immagini delle opere e studi preparatori di queste e delle loro installazioni nello spazio.

 

Una sezione della mostra è stata presentata, su iniziativa del comune di Fusignano (Ra), nella Chiesa del Pio Suffragio al centro della città , nel mese di settembre 2005. Un filo simbolico ha legato con forte suggestione lo spirito della mostra 'Disiecta' alla storia del luogo espositivo. La violenta contrapposizione di due antiche famiglie nel corso del 1600 portò a vicende di tragica crudezza, culminate in macabre esecuzioni   e distruzioni di dimore e cose, fino alla volontà  della popolazione di erigere simbolicamente un luogo di rispetto su quella che era stata per cento lunghi anni una triste 'spianata' cosparsa di sale.

 

 
 

RINASCIMENTO incrinato

testo di Beatrice Buscaroli

 

 

SAMORI_Nicola_Apollinaire_Galleria_Ariete_arte_contemporanea

Nicola Samorì   'Apollinaire'

 

 

 Come dei pervenire al disegno in carta tinta

Capitolo XV

'Per venire a luce di grado in grado e incominciare a volare trovare il principio e la porta del colorire, vuolsi pigliare altro modo di disegnare, che quello di che abbiamo detto che fino a mò: e si chiama disegnare in carta tinta, cioè in carta pecorina o in carta bambagina, sien elleno tinte, pocchè in una medesima forma si tigne l'una che l'altra, e d'una medesima tempera. E puoi fare le tue tinte, o in rosetta, o in biffo, o in verde, o azzurrine, o berrettine'¦'.

Cennino Cennini, Il Libro dell'Arte della Pittura

 

L'aria soffocante che si respira nell'arte contemporanea deriva dall'egemonia critica tesa ad affermare la tendenza legata alla provocazione, allo scandalo a tutti i costi, all'uso di tecniche non tradizionali.

Continua il clima degli anni '70, quando agli artisti era consentito affastellare frasche e neon, inscatolare escrementi, esporre tragicamente 'mongoloidi' alla Biennale, allagare gallerie'¦

 

Tutto questo ha avuto un senso, ha raccolto adesioni sviluppando un gusto, ha interpretato urgenze sociali, rappresentato una qualità  artistica, ma non è stata l'unica forma d'arte espressa in quegli anni.

Altri già  allora avevano ampiamente digerito il genio di Marcel Duchamp e dei suoi gesti, dallo scolabottiglia alla sua ruota di bicicletta le cui date stupiscono sempre, per la precocità , da una parte, per la vecchiaia di emulazioni che assommano ormai un secolo, dall'altra.

Rispetto a questa non onesta e parziale lettura del sistema dell'arte, oggi si replica con ragioni robuste, innegabili. Prima fra tutte il prepotente ritorno alla pittura, il suo affermarsi nella realtà  effettiva del collezionismo, la sua accoglienza nelle nuove gallerie.

 

In secondo luogo la richiesta della qualità  pittorica, di quel talento dell'artista troppo spesso accantonato nella lettura di opere considerate interessanti e attendibili solo per la loro provocatorietà , in questo tristemente mutuando l'atteggiamento diffuso nel mondo della moda e dello spettacolo.

In questo nuovo clima che si contrappone decisamente alla settarietà  dei cavalli impagliati, delle controfigure crocifisse, dei fantocci impiccati, dei video dedicati ad animali agonizzanti, le opere di Nicola Samorì si ritagliano una funzione importante, ordinatrice.

 

Si ritorna alla priorità  della lettura dell'opera, della sua peculiarità , della sua qualità  intrinseca, del valore aggiunto dalla perizia tecnica senza rinunciare alla ricerca. Anzi: lo scarto rispetto alla tradizione si coglie proprio dalle intenzioni dichiarate dall'artista.

Quando Samorì parla di Classicismo tradito risulta chiara la contrapposizione di una tecnica da moderno rinascimentale rispetto al sapore new-dada dell'opera, l'ardita combinazione tra un disegno tecnicamente leonardesco e una struttura formale rauschenberghiana.

 

E' lo stesso artista che parla 'di sovrapposizioni che fanno interagire sistemi contrastanti' anche se il risultato finale dell'opera in alcuni casi supera addirittura le intenzioni, divenendo un spazio ideale di compensazione, più che di contrasto, di collegamento, dove sapienza e intuizione si completano mediati da una grande tecnica pittorica.

Nella sua ricercatezza e nella sua unicità , la tecnica rappresenta per Samorì realmente il medium per raggiungere l'esito finale, che non è solo relativo ad una compiutezza formale. Nelle sue stratificazioni, nella scelta dei supporti apparentemente più ingrati (inchiostri su rame, su acetato, su alluminio..) il giovane artista si mette alla prova, sfidandosi. Ma non è un confine che accetta di raggiungere: compete con un limite che vale raggiungere per l'attimo proprio del compiuto, per poi spostarne il livello un attimo dopo, per non lenire la ferita dell'urgenza della pittura con la pace dell'approdo.

 

E' una sfida inesausta quella che Samorì compie tra sè e la sua tecnica, una misura di attualità  sulle sue intenzioni, sugli esiti che seguono alle scelte, spesso sapientemente e intenzionalmente punitive, che lo vedono sfidare sequenze operative impossibili lacerando, incollando, disegnando, sovrapponendo, riprendendo il tema iniziale nei tempi scanditi dalla clessidra inesorabile dell'essiccazione delle colle e degli inchiostri. Padronanza assoluta, spesso sullo sconosciuto, governata da un talento impensabile in un artista di soli 27 anni .

 

Le opere di Samorì interpretano la loro funzione con la piena consapevolezza di un consenso esteso e con la conoscenza esatta della loro portata pittorica: ' La pittura si sta reimpossessando delle sue qualità ', dice l'artista.      

Non è solo una sfida tra l'artista e il tempo, è anche una sfida tra l'artista e la storia. Le sue opere attraversano citazioni colte di taglio tradizionale, magistrali citazioni ancronistiche, combinazioni sperimentali, accostamenti arditi, dove non si riesce mai a connotare un periodo storico di riferimento: sapore rinascimentale, scelte compositive new-dada, vigore espressionista, tecniche innovative nelle componenti pittoriche. Non c'è priorità  di una sull'altra: il gusto e le intenzioni dell'artista controllano l'esito ritmando il gesto, misurano naturalmente l'impatto visivo.

Tuttavia nella serie 'Pittura protetta', composta da venticinque soggetti realizzati in un anno, i nudi femminili a grandezza naturale, nella loro frontalità , evocano un rapporto con il corpo che esula dalla pittura, che la supera verso frontiere azioniste dove il corpo è simultaneamente in campo e il campo, dove la resa pittorica della carne, della pelle, delle forme anatomiche è risolta con una sensualità  aggressiva, dove il taglio che esclude la testa dalla rappresentazione rende protagonisti i seni, le cosce, i fianchi.

 

Suggestioni che sembrano derivare dalla performance e dal teatro.  

La leggera opulenza dei soggetti riporta alle esperienze pittoriche della Young British Art di Jenny Saville e Cecily Brown, laddove le prime seguono la grande tradizione di Lucien Freud e Francis Bacon, mentre Samorì la grande scuola pittorica rinascimentale italiana, dallo sperimentalismo inesausto di Leonardo all'anatomia michelangiolesca che sembra affiorare dai faticati lacerti delle sue figure come frammento scolpito.   .

Nella serie 'Imperfetti', ma anche nelle 'Musiva' e negli 'Impresso', la scomposizione della figura e la successiva ricomposizione su scala leggermente diversa, con variazioni di toni, tecnica e colore, la messa a fuoco del soggetto per stadi successivi mediante sovrapposizioni, strappi, aggiunte e sottrazioni,   evoca l'esperienza americana dei gemelli Starn, i celebri Starn Twins che, all'inizio degli anni '90, con l'uso di montaggi e smontaggi fotografici, seppero ritagliarsi una loro ampia originalità  nell'à mbito del contemporaneo americano.

 

E' lo stridore del mancato raggiungimento della perfezione anatomica che le sovrapposizioni e le stratificazioni sembrano promettere e poi mancare, sfalsando l'ideale di pochissimi millimetri, di uno scarto di colore. Dunque la figura ha una sorta di calco: l' 'imperfetto' da cui sembra alzarsi ha un 'perfetto' conosciuto e irraggiungibile: da qui quella transitorietà , la sensazione di mutazione in corso, l'apparente tridimensionalità  dei corpi perfettamente simmetrici.

Da qui anche lo sdoppiamento che sembra derivare dalla duplicità  della declinazione tecnica: come se la possibilità  del compimento costruisse una controfigura all'immagine dove il colore si stende unico e non martoriato dai passaggi al bianco e nero, dove i profili combacino perfettamente completando l'immagine intera.    

Nella pittura di Samorì vi sono molte più suggestioni che provengono da esperienze internazionali, che non da quella che viene diffusamente definita Nuova Figurazione Italiana, in una dimensione d'indipendenza che può dare la misura della sua forza espressiva.

Ed è indipendente la sua scelta di maestri che si sceglie nella storia dell'arte con stupefacente libertà  e sicurezza, da Rosso Fiorentino ad Anselm Kiefer, da Mattia Moreni al Rinascimento ferrarese.

 

Cultura e tecnica si fronteggiano, complesse nel loro stratificarsi portato all'apparente assottigliamento finale, approdo semplice dell'immagine ultima. I profili umani, le sagome animali, i grandi volti rivelano chiaroscuri e contorni, masse tonali in contrasto, luminescenze che paiono dimentiche del lungo iter tecnico.

E' come se l'ultima pelle dell'opera rivolgesse all'esterno un volto di apparente semplicità , di fresca nascita mentre sotto agisce l'instancabile lavorìo di sgorbie e acidi, torchi, inchiostri, gessi, calce, sabbie, un'immenso crogiuolo di materiali e cose dai quali la pittura sembra prender forma scrollandosi di dosso tutto, alla fine.

Nota eccentrica nella declinazione della sua genealogia artistica, il Rinascimento ferrarese.

 

Quel Rinascimento che tra forma e colori, nella continua metamorfosi e nel continuo travaso tra l'una e le altre, sotto la costellazione dei simboli antichi, aprì un'incrinatura.

La stessa che mina e rende 'imperfetti' i corpi di Samorì, con l'incompiutezza, il contrasto, l'opposizione di contrari, il rischio.

 
 
 
 
 
 

Corpo a corpo

testo di Valerio Dehò

 

 

Samorì_Nicola_Semel_Galleria_Ariete_arte_contemporanea

 

 

 

Questo lavoro di Samorì parte dal silenzio del corpo per arrivare all'encomio della pittura. Due estremi non vicini, ma piuttosto reciproci nelle forme del sentire e del vedere. Al corpo dell'uomo, giustamente letto come paesaggio, si sovrappone il corpo della pittura che non copre ma esalta l'altro. Non una meccanica competitiva quanto piuttosto una rivalità , un 'opposizione che si può anche leggere come analoga a quella tra maschile e al femminile. Il corpo sa e tace, la pittura invece deve parlare. Il primo non ha bisogno di esprimersi, gli è sufficiente mostrarsi, l'altra deve dimostrare la sua essenzialità , cioè la possibilità  eterna di essere linguaggio.

 

Da Ceronetti in avanti abbiamo imparato a guardare nell'abisso della superficie corporale, da prima di lui abbiamo imparato l'instabilità  della carne, la sua precarietà  estrema, il suo odore. Tra due dissoluzioni si colloca il discorso pittorico che in quanto discorso cerca argomenti. Tra una pelle e l'altra si aprono poi abissi concettuali perchè ciò che si vede non è e non potrebbe mai essere. La pelle dell'uomo è una sorta di base epiteliale su cui la pittura spalma la sua propria pelle. Seconda pelle quindi, ma non come trucco o rivestimento. Non abbiamo a che fare con un habitus fortificato dai sentimenti e dalle convenzioni. Samorì non ha tentazioni a coprire le malefatte fisiologiche e quindi a mascherare la corporalità . La seconda pelle della pittura è un evidenziatore delle pecche e delle lacune, ma anche della sensualità , perchè è con il corpo che si fa l'amore ed è dal corpo che usciamo quando abbiamo finito il nostro ansimare terreno.

 

Eros e thanatos, questo ho pensato di fronte a questo segno antico, ragionando sul senso di questo corpo ferito, accarezzato, bendato, desiderato. Un segno che sa di scavo, un colore che non sa di colore ma vi accenna quasi per superbia o per estrema accondiscendenza. La carne ha bisogno di questa volontà , non bisogna crederle mai fino in fondo. La Scuola di Londra con Freud e Bacon ci ha saputo raccontare storie di questo tipo, ma sembra che il giovane artista abbia un'ambascia da esequie premature. I suoi corpi forse non hanno età , forse rivelano la giovinezza dei modelli. Questo intriga di più che un amplesso di ottantenni alla Altman, ridotti ormai a massa inerte di passioni ancestrali. Nicola Samorì non vuole nemmeno ripartire dal corpo come è stato negli anni novanta, ma vuole costruire il corpo della pittura che si sovrappone a quello dell'uomo in una simbiosi morta.

 

Così le sue opere hanno la gravità  dell'entombment ma nello stesso tempo non si esimono dall'indugiare sulle unghie laccate appoggiate in un sandalo. Civetteria, vanto, erotismo: tracce comunque di una vita che si deposita lentamente nelle immagini. Alla fine non si tratta di morire, il corpo si sa dove va a finire, inutile seguirlo. Si tratta della vittoria della pittura. Della sua eternità  forse provvisoria, ma sempre eternità .

Eppoi le ferite'¦Tutto appare cucito e ricucito come su di un tavolo anatomico. Le stesse pose fanno assumere atteggiamenti definitivi ai corpi, forme inamovibili, assenti. In questo Samorì prova anche un certo compiacimento, come un anatomopatologo che ti racconta le vie del male nel corpo lacerato e osceno. La ferita e il corpo sono parti dello stesso mondo. Da san Sebastiano a Gina Pane il passo è breve. Anche perchè la ferita permette di fare leggere, attraverso sempre la pittura, ciò che non si deve vedere. L'interno è tabù, soprattutto per un mondo asettico come il nostro. La pustola, la piaga, l'eczema sono alcune parole vietate dal benessere del XXI secolo. E la pittura genera piaghe che non rimarginano facilmente. In questo caso le ferite sono profonde. Danno un senso tellurico della figura umana, ne evidenziano la fragilità  della superficie.

L'arte di Nicola Samorì da un lato è segno, graffia come poche altre, toglie e non aggiunge mai, a dispetto della tecnica e della seconda pelle. Dall'altro è come se catalizzasse i punti di catastrofe. Il corpo va esaminato come una faglia in procinto di rompersi, come una creta che subisce pericolose infrazioni dal suo interno. Un bellissimo tributo ad un suo conterraneo come Piero Camporesi che al corpo si dedicò da storico ed erudito, perchè è comunque di questo e da questo che sappiamo e parliamo.

La pittura allora è una profonda riflessione, ma anche un agire. Il corpo sa e tace, abbiamo detto, la pittura non sa e parla. Per questo la comprendiamo meglio del primo, per questo ne abbiamo bisogno. Farne a meno sarebbe come ricominciare ad esistere. Perchè è la pittura con i suoi segni, le sue ombre, le sue censure, che ci rende comprensibile l'umano, senza di lei il corpo ci sarebbe estraneo, non umano. Senza di lei il corpo non avrebbe memoria.

 

 
 

 
 
testo di Walter Guadagnini
 
 
 
I tempi e i modi, sono quelli a sorprendere per primi. I tempi d'una giovinezza che dovrebbe essere ancora acerba, dubbiosa, incline al più a saggiare modalità  espressive, e invece si presenta già  con un'identità  definita e matura, ampiamente compiuta entro i limiti concessi dall'esperienza e le qualità  concesse dal talento. E i modi, subito così alti - per via, per l'appunto, di sapienza tanto naturale quanto coltivata -, ma al tempo stesso così poco inclini all'adesione acritica all'attualità , complessi nella formulazione dell'immagine e nella sua resa anche tecnica, in una sovrapposizione di suggestioni e rielaborazioni che, da sole, basterebbero a rendere la pittura di Samorì un caso da guardare con particolare attenzione,   nell'immediato e, soprattutto, in vista dei suoi futuri sviluppi.

 

E' pittura all'apparenza fuori dal tempo, concentrata com'è su se stessa, sulle proprie modalità  d'inveramento e sulla propria storia; dai sapori aspri e dalle improvvise cadenze liriche: di raffinatezze e di sprezzature. Pittura disegnata, avant tout: colma di umori e di amori, aliena alle genalogie, disposta a confondere maniere nere e decadenze at the turn of the century, tra Vienna e Monaco, incursioni in un passato ancora prossimo di neo-figurazioni e persino d'anacronismi, ma rifiutando sempre la facile scorciatoia della citazione, o dell'allusione pseudo-colta. Perchè poi, quella linea, quel tratto, si trasformano in urlo, in espressione ancora vera e ancora plausibile, in figura non retorica (anche se della retorica conosce già  tutti le tecniche, e ne costeggia i bordi, come in un esercizio d'equilibrismo sul ciglio dell'abisso), in azione, insomma, votata a dare all'immagine un senso, un corpo, e non solo una pelle, l'involucro d'una confezione tanto piacevole quanto vuota.

 

Si tratta allora, a oggi, di una scommessa anzitutto con se stesso, quella che sta giocando Samorì: la scommessa su ciò che resta di una storia, sulla possibilità  che un frammento (di senso, d'immagine, di figura) sia non solamente un'evocazione, un ricordo, ma possa essere, ancora e a dispetto delle apparenze, la memoria dell'intero, e come tale ancora parlare - dire e dirsi - dello stare al mondo, per via di tracce dipinte. Poichè, anzitutto, Samorì pare intento a riannodare, proprio per via di frammenti, i fili sparsi d'una vicenda: allora, Fussli e Marino, Vespignani e Paolo Uccello, Michelangelo e Schiele, Bocklin e Rainer, tutto viene posto in campo senza gerarchie, in quello che potrebbe essere un avvitamento della storia su se stessa, ed invece è la base del fare, il motivo fondante - talvolta anche inconscio, forse - dell'agire pittorico. Ed è forse da qui, da questo apparentemente improbabile albero genealogico che è lecito evincere un dato tutt'altro che secondario della poetica di Samorì: realtà  e visione, titanismo e disperazione; o meglio, realtà  che si trasforma in visione, titanismo che volge al suo contrario. Uomini, infine, e non più figure, non simboli (anche se talvolta il richiamo a questo immaginario pare aver la meglio su una presa diretta, per quanto reinventata, del reale), e ciò che rimane è la volontà  d'espressione, la necessità  non d'affabulare, ma di esprimere. Non di mediare attraverso il racconto, ma di andare direttamente al punto, irrinunciabile anche se doloroso, talvolta, dove la carne stride, dove c'è corpo e solo corpo, senza più memoria, senza più pensieri nè simboli da comunicare. E' un monologo, allora, del corpo (tanto che può essere umano o animale senza priorità ), che esprime se stesso e lo stare al mondo, l'essere qui e ora - anche se sotto la forma antica del disegno classico.

 

Qui, in questa centralità  d'un corpo, mediato ma terribilmente reale, si rivela la contemporaneità  di Samorì, il suo respirare arie e sensazioni che appartengono all'oggi, e non a un tempo indefinito. Non a caso, le forme espressive predilette sono, nei lavori recenti, quella del frammento e, tecnicamente, quella dell'affresco. Il frammento è, insieme, lacerto e confessione dell'impossibilità  di riunire ancora, sotto un'unica spoglia, le disiecta membra non tanto d'un uomo in carne e ossa, ma dell'idea che ha sostenuto quell'immagine per secoli. Nulla di nuovo, certo, nessuna pretesa, da parte di Samorì, d'aggiungere verità  a un tema così frequentato ai tempi nostri, in ogni linguaggio   e secondo le più diverse declinazioni; ma la riaffermazione, questa sì, della possibilità  di dire ancora attraverso la pittura, e non ricorrendo a mezzi e strumentari adespoti o necessariamente figli del tempo, come se dell'oggi si potesse parlare solo attraverso le tecnologie nuove, o presunte tali. E', allora, una riaffermazione non tanto dell'attualità  della pittura, ma della sua imprescindibilità , del suo essere, come chi la fa, qui e ora, in ogni caso.

Tale poetica del frammento (che non rinuncia peraltro, in talune occasioni, a contraddirsi andando a recuperare pienezze di figura facilmente riconoscibili, ma non per questo meno interrogative: spesso infatti, la figura intera risulta come riferimento esplicito, frammento a sua volta d'un altro intero, perduto nel tempo o ricostruibile solo nella memoria), tale poetica, si diceva, ha il suo esemplare modo di realizzazione nelle tecniche predilette da Samorì, la carta variamente lavorata e l'affresco. Ancora, modernità  e tradizione e, soprattutto, la ricerca dei modi più consoni a evidenziare lo stratificarsi, il trascorrere, il lavorio stesso del tempo. Le carte dipinte, strappate, disegnate, sovrapposte, dicono da un lato della velocità  d'esecuzione, della necessità  di riversare sulla superficie la prima idea, il gusto, anche, del superamento delle oggettive difficoltà  di composizione; dall'altro indicano, proprio per la loro complessità  finale, la volontà  di lasciar affiorare l'opera del tempo (e di far vivere l'opera nel tempo, anche), di conferire senso non solo all'immagine, ma allo stesso processo della sua costituzione. Un processo che proprio di frammenti vive, di particolari emersi e nascosti, riconoscibili e non, in un gioco continuo di rimandi tra passato, presente e futuro possibile.

 

Le tecniche adottate sulla tela sono simili per intenti, se non per risultati. Sullo sfondo, è facile intuire non solo l'amore per la grande pittura antica (sia per ciò che essa ha significato, che per ciò che continua a significare a chi voglia leggerla al di là  di dati puramente storici o iconografici), ma anche la percezione di cosa presuppongano, oggi, termini come quello di sinopia, di affresco strappato. Tracce, sono, di un passato giunto a noi per via di frammenti, azioni reali del tempo che ha inciso sull'opera indipendentemente dalla volontà  dell'uomo, e che pure l'uomo, a sua volta, riesce a trasformare in suggestione - visiva ed emotiva - pari, se non superiore, a quella degli interi tramandati dai secoli. Il particolare, allora, per l'intero, secondo vuole una tradizione romantica ancora lungi dall'essere esaurita, nella quale, comunque, Samorì pare affondare le proprie radici più autentiche.

 

Di qui in avanti, va pur detto, tutte le strade paiono ancora aperte per Samorì: non ingannino la sua identità  e le sapienze rilevate in abbrivio, che sono, a oggi, le fondamenta su cui cresce una poetica ancora in divenire (come dimostrano, ad esempio, le variegate scelte iconografiche, anch'esse da non considerarsi neutre, puri pretesti d'immagine: ogni soggetto ha una sua ragion d'essere, più profonda di quanto non appaia a uno sguardo superficiale, poichè non è più questione di generi). E' aperta la strada per una deriva neo-accademica, che pur s'è già  vista in altri casi recenti - coronati da buoni successi mondani e di mercato, ma privati delle ragioni più autentiche dell'operare -, così come, e ci si augura sia la via che Samorì percorrerà , s'apre davanti a questa pittura la possibilità  d'esprimere compiutamente, attraverso la figura e attraverso le infinite modalità  consentite dal mezzo, una visione del mondo. Che non si può pretendere nè intera, nè definitiva, ma che ancora può esser detta, e, come la pittura stessa, sognata anche.

 

 

Lapsus

testo di Sabrina Foschini

 

 

Samorì_Nicola_Callais_Galleria_arte_contemporanea

 

 

Il corpo è fatto di montagna. Nelle ferite si leggono le stratificazioni della roccia, fossili di animali e conchiglie, tracce di una natura diversa all'interno di un organismo che è stato umano. Ere geologiche che hanno aggiunto altre pelli alla sua struttura, come ad una serpe che abbia conservato ogni sua muta addosso, e a cui ricadano intorno alla carne, anni scollati in forma di scaglie.

 

Il corpo è un oggetto abbandonato, 'still-body' lo chiama Nicola, calco di un volto lasciato sul tavolo, con le bave di gesso che ne graffiano i contorni. Sono otturate le aperture da cui entrava ed usciva la luce, o la vita di un altro, gli orifizi, la bocca, gli occhi.

 

Il corpo è un vecchio cetaceo arenato, con il cuoio duro e lucido della pelle dove hanno attecchito muschi e molluschi, concrezioni calcaree, lo stesso rivestimento che il mare regala agli scafi dei relitti.

 

Il corpo è un golem di terra impastato da un cabalista che abbia fatto molti tentativi, un simulacro gettato in pezzi sul pavimento ma che tiene ancora chiusa in bocca, la parola che lo farebbe rialzare.

 

I corpi dipinti di Samorì sono memorie di materia, come quei gusci d'uomini rimasti a segnare un movimento interrotto, o la loro posa intatta nella terra di Ercolano, fantasmi di gesso a cui sia solidificata l'aria della carne. Questa pittura nasce dal modello della scultura, o dalla plastica del calco che raccoglie il volto amato, così come la carne dipinta torna ad essere terra, roccia e sedimento che conserva tutte le tracce di un'evoluzione. Le sue carte passate al torchio, sporcate e ridipinte, cancellate e lacerate, fatte bollire come ossa spolpate e poi incollate una sull'altra sulle basi di tela, o d'alluminio, sono fogli appesi con i giorni esatti, di un calendario trascorso.

Nicola ha deciso di inserire i suoi dipinti nelle ferite del granito con cui era costruito il forte Strino di Vermiglio, tra i rattoppi che ricuciono i furti della roccia preziosa, depredata dagli abitanti e andata a rifondare le case di un paese conteso e spopolato dalla guerra.

 

C'è l'intento di guarire con la pittura, il lapsus creato dalla mancanza e dalla nostalgia, dalla deportazione di un popolo e dalla loro nazionalità  ridisegnata con la violenza dei confini. Ma c'è anche la volontà  di sopperire e sottolineare la frattura nella grandezza dell'architettura, che a sua volta aveva rubato alla maestà  della montagna.

 

Non a caso, tra le grandi teste tenute ferme da mani isolate, ricorre il titolo di 'Malco', il personaggio del vangelo a cui Cristo riattaccò miracolosamente l'orecchio, dopo che l'impetuosa rabbia di Pietro lo aveva tagliato ed è singolare come questo episodio riporti il corpo umano all'immagine della scultura, così come Dio aveva creato l'uomo dal fango. Ma le mani che guariscono e consolano fanno pensare anche alla Santa Valeria di Spadarino che regge la propria testa decollata fino a deporla sopra l'altare e a certa mistica abbacinata, che riverbera nella pittura del Seicento.

 

Una lezione storica che Nicola deve aver studiata e amata, e che in alcune opere recenti reinterpreta in chiave 'citazionista' come in 'R-R', dove la penna di un San Gerolamo del Ribera va a coincidere con l'estremità  della freccia di Sebastiano. In quel gesto s'incontrano ancora una volta ferita e calligrafia, o ferita e disegno, perchè tutte le lacerazioni carnali dell'artista sono fatte essenzialmente nella pittura e non nell'immagine dell'uomo. L'uomo in realtà  non compare quasi mai intero ma è sezionato in braccia, teste, piedi come nel campionario di una gipsoteca smantellata.

 

Fanno pensare queste sue membra disarticolate e orfane di completezza, al giovane puro mescolato alla malta della costruzione, nelle leggende dei templi antichi, o a delle pezze di memoria estranea inserite nel racconto frammentario di uno smemorato. E per frammenti opera la mano sapiente di Samorì, usando il corpo come una mappa disastrata su cui ricollocare carta, pittura, coaguli di colle e terre raccolte nei viaggi, ritagli e avanzi d'altri disegni, nuclei fertili di una stessa madre, una partenogenesi infinita. A volte un gesto cancella l'altro e la pittura e il disegno si contendono l'ultima parola, il primato finale sul campo di battaglia; le sinopie sembrano volersi rimangiare l'affresco e gli abbozzi dell'imprimitura riaffiorano come muffe nel latte. Ogni processo dell'esecuzione spintona l'altro e si fa avanti a forza di braccia per emergere vittorioso in superficie, ma sull'epidermide della pittura ogni ferita resiste, ogni ruga rimane a celebrare e a dar conto del tempo.                            

 

 

 

 

 

Samor_Nicola_Vaccolini_Galleria_Ariete_arte_contemporanea
 
 
 

Per forte strino

testo di Daniele Bertolini

 

 

Per capire la tragedia delle guerre bisogna osservare attentamente i corpi delle vittime. Studiarli nelle fotografie, decifrarli nelle schede dei medici legali, riconoscerli dall'uso che ne viene fatto.

Il corpo 'amico' viene rispettato sempre, onorato spesso, può essere usato per gridare vendetta o implorare la pace. Il corpo del nemico viene esibito in pubblico, profanato, cancellato in una fossa comune.

Sempre, in ogni caso, i corpi lambiti dalla guerra ne raccontano la storia, ne assumono per così dire le sembianze, diventandone una sorta di metafora fisiognomica. Montagne scavate dalle esplosioni, incise dalle trincee, come corpi deformati dalle valanghe, membra inerti accatastate, memorie lacerate, coscienze divise.

Rifuggendo scorciatoie scontate e banali, è con un percorso analogico del tutto simile che le figure di   Nicola Samorì evocano un tema come quello della guerra, in un luogo - Forte Strino - che ne è stato protagonista e ne porta ancora i segni, le ferite. Il suo lavoro si nutre di un'autentica ossessione per i corpi, che non ha nulla del voyeurismo esibito fino alla nausea sui media contemporanei. Come nei disegni di Leonardo, il suo sguardo è simile a quello dell'anatomo - patologo che indaga l'enigma dei corpi sottotraccia, nei recessi più profondi. Come un apprendista stregone li manipola, li smonta e poi li ricompone sulla tela o su lastre di metallo con gesti che conservano il ricordo di un fare alchemico. Ne restituisce le forme sovrapponendo strati di terre e polveri impastate e greve inchiostro nero. Icone prive di individualità , mai del tutto intere, spesso solo parti anatomiche che riaffiorano in superficie conservando tuttavia tracce indelebili di perturbazioni e incidenti di percorso, che si accumulano sulla pellicola della pittura come sfregi del tempo e di una storia sconosciuta.

I relitti dei volti e delle membra riportati alla luce da Nicola Samorì sono i frammenti di una forma ormai irrimediabilmente perduta, ma un tempo perfetta, come lo fu il Forte Strino, altero baluardo su cui hanno infierito gli eventi bellici prima, e poi decenni di spoliazioni e abbandono; fortezza mutilata, pervasa da crepe e fratture - lapsus - come i corpi di chi la ha abitata, come la memoria di chi ha attraversato il turbine della guerra.

 
 
 
   
   
 
 
 

Quasi una lettera in versi a Nicola S.

di Davide Rondoni

   

Per 'disiecta' 2005

 

 

 

 

 

Che richiamo da parte a parte ? Che traino, Nicola,

                che dolce

violenta attrazione

e che corpo disfatto, che calpestata

viola,

che grido di

ricomposizione

                sospeso trema

ai limiti e anche al centro

nel tessuto, nella pittura

qui di ogni esposto frammento ?

 

Che lotta per riconquistare il cuore, Nicola, il nido

che solo in un corpo unito

e sempre in riunione, in fratturata

trazione, in corporale assemblea, può battere,

pulsare,

e finalmente vivere'¦

 

Non è a questo che tendono ?

Alla vita ? Ma cosa è

lei, vita ?

Nella loro distanza, nella loro

tenerissima ed esasperata istanza

nella chiesa isolata, stranita

i pezzi,

i pezzi, Nicola, che trovavi nella tua

guardiola

di pittore che vede e stravede,

non tendono forse come appese

prede

alla vita che li chiama, a lei

che ovunque esclama

e ovunque maestosa e colpita incede ?

 

e non li lascia nemmeno riposare

nella loro perfezione

 

no, nemmeno nella possibile

presunzione

di abile disegnatore,

 

e li trae, lacerti come sono

usciti dalla sua mano'¦

 

Stessa mano di te, che acquisita

in anni di accurata accademia

e di accademia ferita

 

ora si apre, mano di pittore lacerata

e immedesimata nella figura

che ne documenta la separazione e pure

si rovescia nella medesima mendicanza.

 

Poichè non c'è vita senza un corpo,

e non c'è pittura senza icona.

 

Come il corpo cerca la vita, e la figura

visibile smembrata grida a quel che

invisibile la teneva unita,

e la spingeva alla dura e stupita esistenza

così la pittura cerca l'icona

 

cerca la vita che nell'immagine non s'abbandona.

 

Eccole, esposte

le reiette, le disiecte,

le inferme e mai ferme membra.

   

Eccole, noi, loro -

il loro aperto

coro'¦