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FRANI Ettore

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Ettore Frani 'Requiem' 2016, olio su tavola, cm 80x180

 

 

 

 

Ettore Frani, 1978 Termoli, si diploma in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino nel 2001 e si specializza all’Accademia di Belle Arti di Bologna nel 2007. Nel 2010 vince il 'Premio Artivisive San Fedele|Il segreto dello sguardo', realizza una personale presso la Galleria San Fedele a Milano ed è finalista al 'LXI Premio Michetti'. Nel 2011 con la personale 'Limen' all'Ariete artecontemporanea esce la sua prima monografia con un testo di Massimo Recalcati. È selezionato per l’Evento Speciale del Padiglione Italia 'Lo Stato dell’Arte|Padiglione Accademie' alla 54^ Biennale d’Arte di Venezia ed è invitato all'edizione 2011 di 'Giorni Felici a Casa Testori'. Nello stesso anno vince la 55^ edizione del 'Premio Marina di Ravenna' e partecipa alla mostra del premio 'I vincitori al MAR'. Nel 2011 vince la 1^ edizione del 'Premio Ciaccio Broker per la Giovane Pittura Italiana'. Nel 2012 vince il 'Premio Opera Cgil Le vie dell’acqua' e partecipa alla collettiva 'Con gli occhi alle stelle. Giovani artisti si confrontano col Sacro' presso la 'Galleria d’Arte Moderna Raccolta Lercaro' a cura di Andrea Dall'Asta. Nello stesso anno è invitato ad esporre al 'MAR' di Ravenna per l'evento 'Critica in Arte', realizza le opere per 'A libro chiuso' di Leonardo Bonetti ed il cineasta Giuseppe M.Gaudino crea un cortometraggio ispirato alle sue opere. Sono del 2013 le personali 'Gravida' alla Galleria L'Ariete artecontemporanea e 'Attrazione Celeste', presentata in anteprima a 'Casa Raffaello' in Urbino e poi ampliata nelle sale de 'L’Arca laboratorio per le arti contemporanee' di Teramo, per la quale viene pubblicata un’ampia monografia. Nello stesso anno vince la I edizione degli 'Espoarte awards' per la stagione espositiva 2012/2013 nella sezione 'Artista under 45 dell’anno' e partecipa alla mostra 'Un’Etica per la Natura' a cura di Eleonora Frattarolo nel Secondo Fienile del Campiaro a Grizzana Morandi. Nel 2014 è invitato al 'Museo Nazionale di Ravenna' da Antonella Ranaldi con la personale 'Respiri'. Nel 2015 prende parte al progetto 'Macrocosmi|Ordnungen anderer Art Berlin-Bologna' realizzando il polittico 'Diasistolica I II' per lo 'Spazio Arte Cubo|Centro Unipol Bologna' esposto anche ad Altes Postfuhramt West a Berlino, è invitato al 16° 'Premio Cairo' e alla mostra 'Composizioni' doppia personale con Lorenzo Cardi a cura di Eli Sassoli de' Bianchi  nel Complesso Monumentale Santa Maria della Vita|Genus Bononiae a Bologna.

 

Ettore Frani scrive del progetto 'Requiem': Le opere che presento in questa nuova mostra personale si inseriscono lungo un percorso già da tempo tracciato che vede, come soggetto principale, il tema della Natura, luogo onnicomprensivo, e riccamente simbolico, attraversando il quale l’uomo può fare vera esperienza e prendere coscienza della propria vita. La Natura, dunque, come mistero mai del tutto dicibile, specchio dei nostri desideri e timori. Libro in cui leggere il nostro destino, il nostro essere al mondo. Tutte le opere si raccolgono in seno alla parola Requiem quasi ad evocare una composizione musicale, ma il senso che voglio dare va soprattutto inteso come congedo simbolico e veglia, un apprendistato che possa insegnarci il 'saper lasciare andare'. Sentire ed accettare il diminuire del giorno come risonanza intima del nostro destino. Un lento e prezioso lasciar essere per trovare consolazione nel proprio dileguare come fine del nostro compito. Dissipare ogni disperazione, di modo che la sofferenza del grido divenga canto, che risuoni al di là degli abissi scavati dalla separazione e dalla morte. La mostra è stata pensata come una sorta di partitura, con i suoi ritmi e i suoi movimenti, ed è suddivisa in due tempi (necessari per i due ambienti della galleria). Sette opere hanno come soggetto l’Albero, dodici opere il Mare. Diciannove opere della medesima dimensione, per uguale rilevanza all’interno della composizione, che come stazioni immaginarie, presso le quali sostare, punteggiano le pareti di palpiti e respiri. Dalla muta ouverture, la veglia delle Sentinelle, Ancora attesa e Luce dentro, si passa al movimento della sezione centrale, a cui appartengono Doppio regno, L’aperto, Primo movimento, Il dono e Requiem, per giungere alla crepuscolare coda della composizione, organizzata nelle sei opere dal titolo Andar spegnendosi, dove il movimento delle onde, il decrescere della luce e del suo pulsare, scivolano lentamente verso l’ultima opera: Nunc dimittis (Ora lascia).

   

Galleria di riferimento: L'Ariete artecontemporanea, Bologna.  

 

 

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                                          Ettore Frani 'Cattedrale' 2015, olio su tavola, cm 100x100

 

 

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Principali Mostre Personali/Selected Solo Shows

 

2016

Requiem. L'Ariete artecontemporanea, Bologna, a cura di Ettore Frani e Paola Feraiorni

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2015

Composizioni. doppia personale con Lorenzo cardi, Complesso Monumentale di Santa Maria della Vita, Bologna, a cura di Eli Sassoli de' Bianchi

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2014

Respiri, a cura di Antonella Ranaldi, Ravenna, Museo Nazionale


2013

Un’Etica per la Natura, (all’interno della collettiva omonima) Secondo Fienile del Campiaro, Grizzana Morandi (BO) a cura di Eleonora Frattarolo
Attrazione celeste, L'Arca Laboratorio per l'arte contemporanea, Teramo, a cura di Umberto Palestini

Gravida, Galleria L'Ariete artecontemporanea, Bologna

 

2012

Attrazione celeste, Bottega Giovanni Santi Casa Natale di Raffaello, Urbino, a cura di Umberto Palestini

Critica in Arte, MAR-Museo d'Arte della città  di Ravenna, a cura di Matteo Galbiati

 

2011

Premio Marina di Ravenna. I vincitori al Mar, MAR Museo d'Arte della città  di Ravenna, a cura di Pericle Stoppa

Limen, con testi di Massimo Recalcati e Stefano Castelli, L'Ariete artecontemporanea, Bologna

 

2010

Risonanze, Galleria San Fedele, Milano, a cura di Chiara Canali, Andrea Dall'Asta S.I., Matteo Galbiati e Kevin McManus

Elegia, con poesie di Leonardo Bonetti, Galleria Maniero, Roma

 

2008

Vana Immagine, Galleria GiaMaArtstudio, Vitulano (BN)

Umano non Umano, doppia personale con Chiara Tommasi, Horti-Lamiani Bettivò, Roma,

a cura di Susanna Horvatovicova

Esistenziali_smi. Il pane e l'apocalisse, doppia personale con Gianfranco Ferroni,

Libraarte, Catania, a cura di Anita T.Giuga

Ierofanica 2008, Galleria Maniero, Roma

 

2007

Incontri ravvicinati, Palazzo ex municipio, Monteodorisio (CH), a cura di Michele Montanaro

La caduta nel tempo, un dialogo con E.M.Cioran, Libreria ModoInfoshop, Bologna

 

2005

Phisys, Museo Mineralogico Campano, Vico Equense (SA), a cura di Maurizio Vitiello

 

 

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Ettore Frani 'Catino' 2015, olio su tavola laccata, cm 100x70

   

 

 

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Principali Mostre Collettive/Selected Group Shows

 

2015

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Ettore Frani | Francisco Rozas. Gilla Lörcher Galerie, Berlin

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Macrocosmi. Ordnungen anderer Art-Organismi fuori centro.

Altes Postfuhramt – West, Berlin, a cura di Martina Cavallarin e Pascual Jordan

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Otherwise the Loneliness, IAGA Art Gallery, Cluj-Napoca, Romania a cura di Ilaria Bignotti e Walter Bonomi

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Art Athina, IAGA Art Gallery, Atene, Grecia

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Art Vilnius, IAGA Art Gallery, Vilnius, Romania

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Macrocosmi. Organismi fuori centro-Ordnungen anderer Art.
CUBO-Centro Unipol Bologna, Spazio Arte, Bologna, a cura di Martina Cavallarin e Pascual Jordan (catalogo della mostra)

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2014

 

Fragment #1. Cucire lo sguardo, IAGA International Art Gallery Angels, Cluj-Napoca, Romania, B-side project a cura di Walter Bonomi

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Hyperouranios, Festival della Filosofia, Ex-Tabaccheria Modena a cura di Patrizia Sinilgardi

 


2013

Audi filia, polittico, Arte fiera Galleria L'Ariete artecontemporanea, Bologna

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L'enigma di Isidore Ducasse. Omaggio a Lautrèamont, a cura di Patrizia Silingardi, Sonia Schiavone, Stefano Rovatti, Mario Santini e Antonella Di Tillo, Villino Piazza Arsenale 3, Verona

Imago. Discorso sulla pittura, Galleria L’Ariete artecontemporanea, Bologna

'Audi filia' polittico, Arte Fiera 2013, Galleria L'Ariete artecontemporanea, Bologna

 

2012

e bianca. una parola diversa per dire latte, Museo civico delle Cappuccine, Bagnacavallo (RA), a cura di Massimiliano Fabbri

V Biennale delle Chiese laiche 'L'Apocalisse. L'arte alla fine del mondo', Biblioteca Classense di Ravenna, a cura Beatrice Buscaroli, Bruno Bandini, Silvana Costa e Rolando Giovannini

Spazio Privato. Opere dalla collezione Teresio Monina 1956-2012, Castello del Monferrato, Casale Monferrato (AL), a cura di Luigi Cerutti e bosco_impastato

Ombre, Uomini. Uno sguardo sui Diritti Umani, Parco della Legnara, Palazzo Ruspoli, Casa Grifoni, Cerveteri (RM) a cura di Daniele Arzenta e Romina Guidelli

Vincitore Premio Opera 2012. Le vie dell'acqua, Chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna, a cura di Daniele Casadio

Con gli occhi alle stelle. Giovani artisti si confrontano col Sacro, Galleria d'Arte Moderna Raccolta Lercaro, Bologna, a cura di Ilaria Bignotti, Andrea Dall'Asta S.I., Matteo Galbiati, Massimo Marchetti, Michele Tavola

Premio Arti Visive San Fedele 2011/2012 '...E quindi uscimmo a riveder le stelle. Il viaggio',

Galleria San Fedele, Milano, a cura di Daniele Astrologo, Ilaria Bignotti, Chiara Canali, Andrea Dall'Asta S.I., Matteo Galbiati, Chiara Gatti, Angela Madesani, Massimo Marchetti, Kevin Mc Manus, Michele Tavola

'Terra Latte Luce' polittico, Arte Fiera 2012, Galleria L'Ariete artecontemporanea, Bologna

 

2011

54^ Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia. Evento speciale del Padiglione Italia. Lo stato dell'arte / Padiglione Accademie, Tese di San Cristoforo, Arsenale, Venezia, a cura di Vittorio Sgarbi, Carlo di Raco e Umberto Palestini

Giorni Felici a Casa Testori, stanza 22 'Respiri', Casa di Giovanni Testori, Novate Milanese (MI)

Vincitore 55^ Premio Marina di Ravenna, FaroArte, Marina di Ravenna (RA), a cura di Pericle Stoppa

Premio Artivisive San Fedele 2010/2011 '...E quindi uscimmo a riveder le stelle. Dove sono?', Galleria San Fedele, Milano, a cura di Daniele Astrologo, Ilaria Bignotti, Chiara Canali, Andrea Dall'Asta S.I., Matteo Galbiati, Chiara Gatti, Massimo Marchetti, Kevin Mc Manus, Michele Tavola

Fratelli d'Italia, Galleria Maniero, Roma, a cura di Manuela Alessandra Filippi

Casa di bambola, SMAC, Roma, a cura di Graziano Menolascina

Triptyque, Galerie Felli, Parigi (F), a cura di Jean-Marie Felli

'Estasi Bianca' polittico, Arte Fiera 2011, Galleria L'Ariete artecontemporanea, Bologna

 

2010

Vincitore Premio Artivisive San Fedele 2009/2010 'Il segreto dello sguardo', Galleria San Fedele, Milano, a cura di Daniele Astrologo, Luca Barnabè, Ilaria Bignotti, Chiara Canali, Andrea Dall'Asta S.I., Matteo Galbiati, Chiara Gatti, Angela Madesani, Massimo Marchetti, Kevin Mc Manus, Barbara Sorrentini, Michele Tavola, Fabio Vittorini, Giuseppe Zito S.I.

IV Premio Mario Razzano, Museo ARCOS, Benevento

Feminine, Galleria L'Ariete artecontemporanea, Bologna

LXI Premio Michetti 'Diorama Italiano', Museo Michetti, Palazzo di San Domenico, Francavilla al Mare (CH), a cura di Carlo Fabrizio Carli

L'Arte dei giardini. Proposte di Prossimità  della Natura, Festival del Lusso Essenziale, Terme di Diocleziano, Roma, a cura di Roberta Perfetti

XXI Biennale Roncaglia. Il respiro dell'altro io, Rocca Estense, San Felice sul Panaro (MO), a cura di Stefano Castelli

 

2009

Altre Contemplazioni, Libra Arte, Catania, a cura di Alberto Agazzani

Vegetando Santa Caterina, Finalborgo Marina (SV) a cura di Luigi Cerutti

Contemplazioni. Bellezza e tradizione del nuovo nella pittura italiana contemporanea, Castel Sismondo e Palazzo del Podestà , Rimini, a cura di Alberto Agazzani

XLII Premio Vasto, Palazzo D'Avalos, Vasto (CH), a cura di Daniela Madonna

7X7 sette opere per sette artisti nati negli anni settanta, L'Ariete artecontemporanea, Bologna

Premio Artivisive San Fedele 2008/2009 'L'uomo e il suo destino', Galleria San Fedele, Milano, a cura di Daniele Astrologo, Luca Barnabè, Ilaria Bignotti, Chiara Canali, Andrea Dall'Asta S.I., Matteo Galbiati, Chiara Gatti, Angela Madesani, Massimo Marchetti, Barbara Sorrentini, Michele Tavola, Fabio Vittorini, Francesco Zanot, Giuseppe Zito S.I.

Scanning'¦Un'esplorazione a puntate della pittura figurativa romana 'Ad Memoriam', Studio Soligo, Roma, a cura di Stefano Elena

Segno e Scatto, A.R.G.A.M. 2009, Museo Venanzo Crocetti, Roma, a cura di Ida Mitrano

 

2008

Quadrato d'Arte. Ricordando Umberto Boccioni, Libraarte, Catania, a cura di Vitaldo Conte

La Falce e il Martello. Simboli di ferro, MUSPAC Museo sperimentale d'arte contemporanea, L'Aquila, a cura di Daniele Arzenta, Giorgia Calò, Roberto Gramoccia

Arte senza tempo, a cura di Galleria Edieuropa-QUI arte contemporanea, Roma

 

2007

La bellezza del mondo, GiaMaArtstudio, Vitulano (BN), a cura di Lorenzo Canova

A Certain Form of Heaven/Male, Artsinergy, Bologna, a cura di Isabella Falbo

 

2006

51^ Premio Termoli, Galleria civica, Termoli (CB), a cura di N.Barone, A Mucciaccio, A. Picariello, G. Siano

Premio Italian Factory x la Giovane pittura Italiana, Casa del pane, Milano, a cura di Alessandro Riva

 

2005

Is Art, Maci, Isernia a cura di Pietro Campellone

 

2004

Genius loci. Arte Contemporanea in Molise in Sensi contemporanei, Galleria Civica, Termoli (CB), a cura di Lorenzo Canova

 

2003

Cosmos, 11th Biennial of young artists of Europe and the Mediterranean, Ilion Tower Park, Atene (G), a cura di Spyros Papadopoulos

 

2002

Gemine Muse 2002 Giovani artisti nei musei italiani, rassegna nazionale Museo Provinciale Sannitico, Campobasso, a cura di Massimo Bignardi

Transiti, Palazzo Albani, Urbino, a cura di Bruno Ceci

 

2000

Genii,Palazzo Ducale, Urbino

 

 

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Ettore Frani 'Asparizione' 2015, olio su tavola laccata, cm 100x70

 

 

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L'attesa dell'ignoto. Una nota su Ettore Frani  

di Massimo Recalcati

 

 

La tendenza analitico-concettuale dell'arte contemporanea sospinge verso l'azzeramento della visione. Sculture di vapore, inesistenti, capannoni vuoti, luci al neon su sfondi desolati, geometrie minimaliste, pannelli monocromi. Esiste una tendenza dell'arte contemporanea che annuncia la riduzione dell'opera a niente da vedere. E' a mio giudizio un sintomo della crisi del nostro tempo che investe la funzione stessa dell'opera d'arte. Tendenza anoressoide, diuretica e sterilizzante del linguaggio ipermoderno dell'arte che decreta la morte dell'opera come evento attraverso una sua metacritica teoreticistica dagli esiti nichilistici.

Solo una percezione sviata può però ricondurre a questa tendenza sintomatica la grazia metafisica dell'opera di Ettore Frani. In questo caso, infatti, il costeggiamento del limite del visibile, il confronto con il nulla e il vuoto, raggiunge ben altri esiti da quelli raggiunti dalla linea analitico-concettuale. Qui siamo di fronte al miracolo dell'opera, all'opera come evento, e non alla sua estinzione cinica. Qui il mistero dell'opera sopravvive con una forza e una freschezza antica e nuova insieme.

In queste ultime riuscite opere di Frani il bianco e le sue ombre, le sue maculature leggere ed enigmatiche troneggiano liriche e assolute. Certamente rivediamo apparire in esse qualcosa degli straordinari Achromes di Piero Manzoni e del loro mistero elementare. Ma mentre l'artista milanese finiva per curvare la gloria di quelle superfici matericamente addensate, bendate, velate, verso una critica ironica e provocatoriamente dissacratoria del linguaggio dell'arte, Ettore Frani s'impegna in tutt'altra direzione. Per lui l'opera è ancora nella dimensione irripetibile dell'evento, è un'apertura sull'assoluto, una cifra che resiste ad ogni possibile decifrazione. Attingere al silenzio, sospendere lo sguardo, cogliere nel cuore del visibile ciò che eccede l'orizzonte del visibile. In questo senso Frani ha ancora il coraggio di impegnare l'arte in un confronto serrato e per niente retorico con l'assoluto. Coraggio sempre più raro nel panorama dell'arte contemporanea che sembra irridere in modo disincantato rispetto alla vocazione lirica dell'opera che inevitabilmente la espone alla dimensione dell'incommensurabile e dell'indicibile. E tuttavia l'insistenza di Frani è proprio dedicata a circondare, organizzare e costeggiare questa dimensione. E' dedicata ad aprirsi ancora all'incontro con l'invisibile. Ma non è forse questo il modo con il quale Paul Klee definiva la finalità  ultima della pratica dell'arte? In ogni opera che sia tale non è in gioco la riproduzione del visibile ma rendere visibile (l'invisibile).

I bianchi di Frani sono velature? Sono schermi vuoti in attesa di immagini? Sono sudari? Sono l'ultimo velo che ricopre il reale dell'esistenza? Una cosa è certa; la pittura di Frani rinnova profondamente, con questo suo ciclo dei bianchi, la dimensione sacra della pittura. E in questo rinnovamento essa incrocia gli esiti ultimi del percorso  pittorico di William Congdon. I campi squadrati e geometrici della pianura padana che appaiono come superfici ridotte all'essenziale, porzioni di un essere irriducibile al caos elettrizzato che popola la scena del mondo, ma, soprattutto, i cieli, gli inverni, le brine e   le nebbie bianche della fine degli anni Ottanta che esaltano silenziosamente la 'misteriosa forza' dell'Altro.

Se scrivo che l'opera di Frani è animata da una forte tensione sacra bisogna però subito aggiungere che nel suo lavoro l'incontro con l'assoluto non avviene mai attraverso la retorica persuasiva del simbolo. Non assume alcuna caratteristica ideologica. Vale per Frani quello che dichiarava un altro grande pittore del sacro come è stato Vincent Van Gogh: il volto del santo non lo si può dipingere direttamente senza fatalmente depotenziarne il carattere assoluto. Il volto del santo non può essere raffigurato senza perderlo perchè esso sfugge per principio ad ogni possibile raffigurazione. E' eccedenza impossibile da raffigurare. Ecco perchè Van Gogh poteva assumere come indici dell'assoluto 'solo' gli elementi della natura: iris, campi di grano, girasoli, ulivi, prati, cieli, stelle, cipressi. La pittura sacra più potente non è mai stata pittura illustrativamente simbolica dell'assoluto. Perchè ogni illustrazione dell'assoluto è destinata ad impoverire ciò che vorrebbe rappresentare. Mentre Van Gogh aggira questa contraddizione elevando un oggetto di natura alla dignità  dell'assoluto, la via scelta da Frani, almeno in questo ultimo ciclo di opere bianche, non passa da alcun oggetto del mondo, nè da alcuna immagine della natura. Questa volta la sua pittura è pura pittura dell'assenza dell'oggetto. E' pittura dell'attesa. E' pittura dell'attesa dell'ignoto. L'oggetto del mondo è ridotto ad un esile filo di nylon, ad un'ombra, ad un segno quasi impercettibile, ad un Quasi nulla. Ma è proprio in questo 'quasi', in questo tempo precario e incerto che precede lo sprofondamento nell'abisso che Frani colloca l'evento stesso della cifra dell'opera. In un tempo che non è ancora il tempo della dissoluzione, della catastrofe, dell'annichilimento, ma che non è nemmeno più il tempo rassicurante del nostro tran tran quotidiano. E' piuttosto il tempo come distensione dell'anima (S.Agostino), come battito e come taglio in atto (Lacan). Il tempo dell'evento dell'opera, insiste Frani, è il tempo dell'attesa dell'ignoto. Allora la forza rara della sua pittura consiste proprio nel riuscire ad occupare questo tempo incerto e privo di garanzie, questo tempo di attesa dell'ignoto, con disciplina e   abbandono insieme. Se, dunque, l'assenza è in primo piano non è perchè c'è catastrofe senza ritorno, ma perchè la promessa è ancora possibile. Se la tomba di Cristo, come quella di Mosè, è vuota, come scriveva Lacan, non viene certo meno il mistero infinito di ciò che sfugge alla parola, il mistero dell'indicibile, il mistero del reale. Ci vuole però 'rispetto', direbbe sempre Lacan, verso questa assenza. Era la sua definizione della sublimazione religiosa che egli contrapponeva al discorso religioso che, come tale, eviterebbe, invece, fobicamente di confrontarsi con la dimensione reale dell'indicibile. La pratica dell'arte è tale se sa esprimere rispetto nei confronti di questo reale e se sa costeggiare il bordo del vuoto, il bordo della Cosa impossibile da raffigurare. E' ciò che accade in modo potente in un'opera come Altare dove Frani illumina un orizzonte che resta disabitato, vuoto appunto, ma invaso poeticamente da un'assenza gravida di forza e ricca di presenza. Questo rispetto della Cosa impossibile da dire è probabilmente la cifra maggiore della ricerca di Frani ed esprime tutta la tensione che anima la sua opera: entrare in rapporto con ciò con il quale non si può essere in rapporto perchè esorbita le   possibilità  della parola. Si tratta del 'rispetto', o del 'riguardo', come direbbe lo stesso Frani, verso tutto ciò che sfugge alla falsa padronanza del nostro sapere. Per questa ragione il suo elogio poetico dell'assenza non esprime alcuna violenza iconoclastica. E nemmeno giustifica un abbandono astrattista del visibile. L'evocazione dell'invisibile avviene solo attraverso l'abbandono liricissimo all'altare dell'assenza. E qui, in questo punto dove il visibile si spoglia e si sottrae allo sguardo, dove l'oggetto si smaterializza e lascia il suo posto vuoto, l'assenza stessa diventa mistero di una presenza lontana e vicina, diventa un'icona dell'irrapresentabile.

 

 

   

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Ettore Frani 'Silenziosa I', 2016, olio su tavola, cm 100x70

     

   

   

SCANDAGLIO DELL'INTERREGNO

di Stefano Castelli

   

   

   

A rigore, bisognerebbe lasciare la pagi ­na bianca. L'oggetto dell'opera di Ettore Frani si colloca infatti in una terra di mez ­zo che non è fedelmente descrivibile con le parole. Un territorio contrito che non si manifesta secondo lo svolgimento ar ­monioso di un discorso verbale, ma che nondimeno si struttura secondo le logi ­che del discorso e del linguaggio. Meglio esplicitare subito di quale contrasto vive questa terra di mezzo: è precisamente il confine tra presenza e assenza, vuo ­to e pieno, figurativo e astratto. Luogo privilegiato dell'umano e al contempo spazio disertato da ogni concrezione conclamata, tale territorio cumula pro ­dromi, manifestazione e sparizione del fenomeno, comprimendoli nella com ­presenza. Una compresenza che dissi ­mula la componente drammatica della simultaneità  propria di ogni opera pit ­torica valida. Tale compressione è ciò che colpisce immediatamente in queste opere così prive di appigli diretti per un approccio emotivo; eppure è difficile re ­stare indifferenti davanti ad esse, dato che evocano istantaneamente l'emo ­zione proprio sottraendole il terreno su cui normalmente essa nasce. Natural ­mente, come si vedrà , tale eccentrico richiamo alla sfera emotiva è solo uno strumento per far emergere una valen ­za più intellettuale che è il vero cuore dei dipinti di Frani.

Presenza e assenza, si è detto. L'indi ­viduazione dell'esatto confine tra di esse, il Limen del titolo, è operazione importantissima ma preliminare. Il vero contenuto è l'esplorazione di quel con ­fine, la sua estensione fino al punto di rottura, per delinearne i contorni, labili per definizione. Esplorare quella terra di mezzo che è una terza via tra presenza e assenza, ma dotata di una caratteri ­stica particolare. Non si opera solo per negazione, in questo atto esplorativo (ermeneutico, molto più che empirico): non ci si accontenta di trovare un luogo che non sia nè presenza nè assenza. Ma lo si riempie di contenuto, lo si delinea nella sua specificità , si dà  forma all'eva ­nescente indagandolo come fosse un corpo sul tavolo di dissezione, mappan ­dolo e trascrivendone i connotati. Con il gusto di non svelare del tutto ciò che si è scoperto, ma di trasmetterlo qua ­si impressionisticamente a chi guarda il dipinto, di modo che egli sia costretto a ripercorrere almeno in parte l'esplora ­zione che l'artista ha compiuto, il ter ­ritorio che - lui sì - ha metodicamente scandagliato.

Tale indagine da parte dell'artista ha però natura eminentemente intellet ­tuale. E sarebbe il torto peggiore che si possa fare a queste opere ridurle a una lettura di tipo lirico, puramente evoca ­tivo o, peggio, spiritualistico/religioso. Sarebbe un tradimento soprattutto per ­chè tali letture si porrebbero disperata ­mente dal lato della ricerca della presen ­za, della pienezza finalmente ritrovata. E non abbraccerebbero l'intera opera ­zione messa in atto, perchè rifiutereb ­bero di lasciarsi andare alla coscienza dell'altra componente che è l'assenza, e soprattutto rifiuterebbero di accettare la terra di mezzo in cui presenza e assenza hanno finalmente gli stessi diritti di cit ­tadinanza, e anzi danno vita a una terza via del tutto democratica.

L'indagine di Frani muove invece da premesse che attengono a questioni ermeneutiche, intellettuali e politiche. Ontologiche, addirittura, originarie, se è vero che dietro queste velature oc ­chieggia la cosalità  heideggeriana. E, sempre heideggerianamente, terra e mondo sembrano conciliabili, in questi dipinti, la concrezione delle cose non è in nessun senso un limite alla socialità , in questa terra di mezzo. E l'opera di Frani è precisamente una dichiarazione politica, ovvero una dichiarazione sul ­la politica della pittura, affatto diversa da richiami superomistici come quelli propugnati per primi dagli Espressioni ­sti Astratti e da schieramenti partigiani a favore di una corrente. Anche qui, si rende compresente la possibilità  di figu ­ra e astrazione, si gettano i semi di un terreno che può democraticamente far nascere i fiori che preferisce, dato che la figurazione e l'astrazione sarebbero solo due facce della stessa medaglia.

Come interpretare allora le caratteri ­stiche fisiche/visuali di queste opere? (Non si pensi, infatti, che la componen ­te intellettuale finora descritta debba far trascurare la visione e lo stile: essi sono inveramenti, stimolanti anche in se stessi, di quelle premesse.) Si tratta di ferite, umori, velature, ostensioni o occultamenti? Tenendo di nuovo stac ­cati questi termini dalla componente sacrale, si può pensarli come compo ­nenti complementari di una dialettica democratica all'interno del singolo qua ­dro e dell'insieme delle opere di Frani. La velatura richiama immediatamente una ribellione che significa tentativo di apparizione, l'apparizione un ridimen ­sionamento del fenomeno umano che significa distacco rispetto alla volontà  di potenza, e insieme è sintomo delle spinte eterodirette che l'individuo oggi subisce. La ferita cauterizza, la sutura apre abissi: tutto chiama il contrario di se stesso, non alla ricerca di un vile ecumenismo ma alla strenua ricerca di una dialettica compiuta che permetta la completezza del discorso.

L'unico elemento che finisce per prevalere è la schermatura, una velatura con richiami anche psicanalitici che però esime dal dover stabilire se si tratti di offesa o di elemento protettivo nei confronti della figura umana (e dell'individuo). Sia detto senza alcuna connotazione amniotica o regressiva, la figura umana è in ultimo esentata dalla passione, in questi dipinti. Essa è in salvo - cosa che non le accade nel mondo reale d'oggi - proprio perchè inserita in un contesto dialettico che apre tutte le possibilità . La ferita, la passione, il martirio sono esternalizzatii ed è la pittura a subirli, sia in senso pratico (le "ferite" inferte al supporto e alla stesura) sia in senso concettuale (la pittura come idea è sottoposta a infinite prove secondo il principio di una sommessa contestazione delle convenzioni). L'unico soggetto veramente cristico è qui la pittura. E si noti come alla passione che essa subisce fa da contraltare un artificio intellettuale dei più riusciti, la finta cornice che incasella questi dipinti. Essa non si manifesta per assecondare il gusto del trompe l'oeil, ma per scopi concettuali, ovvero dotare la disputa tra presenza e assenza di una cornice, delineare l'agone su cui la contesa si svolge. Un campo ancora aperto, su cui si può innestare la riflessione e da cui la poetica di Frani può continuare a evolversi. Con la coerenza del discorso, in questo gruppo di opere messo a punto con la precisione che sono l'organizzazione di un sistema consente.

 

 

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Ettore Frani Requiem, allestimento mostra L'Ariete artecontemoranea, foto Paola Feraiorni

 

 

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Il velo e la lontananza

una breve nota sulla poetica di Ettore Frani

di Massimo Recalcati

 

 

 1.   Con questa elegante e intensissima esposizione bolognese la poetica di Fra ­ni si conferma innanzitutto come una poetica del velo e dell'attesa. Egli sa in ­terrogare la superficie della tela e la su ­perficie del mondo perchè vi sa vedere la profondità  che vi è implicata. àˆ nella superficie che infatti si dà  il quadro e si dà  il mondo. Ma, come diceva Nietz ­sche, sarebbe del tutto ingenuo pensare che la superficie sia di per sè superfi ­ciale, cioè contrapposta al vero essere del mondo, come una parte caduca e secondaria rispetto alla centralità  so ­stanziale dell'essenza. No, Frani lavora sulla superficie ponendo nella superficie il mistero del mondo, la sua contingenza illimitata.

I suoi bianchi sono il frutto di stratifi ­cazioni di colore multiple, meticolose, liriche e, insieme, insistenti e accanite. La pace che egli raggiunge al termi ­ne dell'opera è ottenuta attraverso un lavoro tenace. Il suo bianco non è af ­fatto un dato di partenza. Egli non par ­te dalla superficie, ma la raggiunge. I suoi bianchi sono così sempre popolati da macchie, ombre, presenze, piccole incisioni, scavi impercettibili, densità  discontinue su uno sfondo solo appa ­rentemente omogeneo. Il suo sforzo monocromo ruota in modo privilegiato attorno all'oscillazione dell'assenza nel ­la presenza e viceversa. Frani costruisce i suoi bianchi attraverso la pittura e in questa costruzione eleva la superficie alla dignità  di un mistero.

Il velo non ricopre l'essenza, non occul ­ta il mistero, non nasconde il mondo. Il velo è il mondo; non c'è mondo senza velo. Il mistero del mondo è tutt'uno col mistero del velo. Freud introduceva la dimensione della velatura dell'inconscio come la condizione stessa di possibilità  della sublimazione artistica. Se infatti l'artista pretendesse di attingere diret ­tamente all'inconscio, se non sapesse cogliere l'importanza della distanza, del ­la mediazione simbolica, se non sapesse integrare la forza del reale nella forma dell'opera, non si darebbe alcuna possi ­bilità  di sublimazione, di creazione, non vi sarebbe alcun 'miracolo del quadro', come dice Lacan. Perchè vi sia opera è necessaria la velatura del reale dell'in ­conscio, è necessario abbandonare l'im ­mediatezza della Cosa. Piuttosto la Cosa va circoscritta, bordata, costeggiata dal lavoro stesso dell'artista. Altrimenti l'ar ­te sprofonda nel terrificante, nell'incan ­descenza devastante della Cosa.

E il mistero consuma l'opera rendendola impossibile. àˆ quello che accade in quel ­la desublimazione dell'immagine che contraddistingue tanta arte contempo ­ranea e che viene esaltata dai cosiddetti ideologi dell'informe. Per costoro ciò che conta non è la velatura dell'inconscio, ma la sua esibizione ostentata, la sua conflagrazione senza mediazioni, il suo travasamento senza filtri. àˆ quello che Mario Perniola ha definito opportuna ­mente realismo psicotico.

 

 

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Ettore Frani 'Silenziosa 1 e 5', 2015, olio su tavola, cm 60x50

 

 

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In primo piano è il reale orrido e brutto dell'esistenza, la dimensione brulicante e informe dell'abietto. Il miracolo della forma viene aggredito e accusato di mo ­dernismo in nome di un culto del corpo pulsionale che rifiuta ogni contorno sim ­bolico. La desublimazione ipermoderna delle immagini non esalta il mistero del mondo ma la sua riduzione a immondo:

secrezioni, frammenti di corpo, pezzi staccati, sangue, umori densi, ulcera ­zioni, tagli, scarti, definiscono il collasso del simbolico nell'arte contemporanea e il trionfo del reale come ciò che offende la visione.

Contro questa deriva psicotica (reali ­smo senza veli) e perversa (esibizioni ­smo senza veli) Frani coltiva la velatura come condizione ultima dell'opera. Egli realizza quello che Jacques Lacan aveva teorizzato come la pratica più propria dell'arte: organizzare il vuoto, dare for ­ma all'assenza della Cosa, alla sua im ­possibilità  di rappresentazione. Questa organizzazione in Frani raggiunge verti ­ci sublimi, ma mai retorici, esibizionisti o aridamente concettuali. La sua ricerca è tutta consacrata alla composizione, anche quando sembra intaccare l'opera, colpirla, inciderla, ustionarla: 'Quan ­do scalfisco la pelle della pittura, credo di non agire mai con un gesto crude ­le, semmai il contrario. Anche in que ­ste 'lesioni', la composizione, casuale e non, è decisamente importante' (Ettore Frani, 2011).

   

 2.   I bianchi di Frani sono una superficie antinarcisista. Non sono il luogo dove l'io si specchia trovandosi catturato in un miraggio di padronanza; piuttosto sono il luogo dove l'io si perde, dove l'io cede nella sua padronanza per aprirsi ad un Altro che lo sovrasta. L'opera non riflette l'io ma l'Altro assoluto. Questa dimensione della presenza di un Altro sempre imminente ma mai riducibile ad una semplice presenza è la cifra più for ­te di Frani pittore. La sua insistenza sui bianchi e sulle loro ombre è l'insistenza sul gioco tra presenza e assenza da cui scaturisce la visione stessa del mondo. Qui il visibile sembra ritrarsi, sbiancar ­si, smarrirsi fino a perdersi. In primo piano non è il brutto dell'esistenza ma l'evocazione di un orizzonte che pur es ­sendo totalmente incarnato, sfugge, di ­legua, trascende l'esistenza. Ma anche per questa ragione la velatura non è un nascondimento del mistero, ma la sua stessa rivelazione. àˆ dis-oblio, disvela ­mento, disoccultamento del mistero del mondo. Non a caso Frani omaggia Hei ­degger nelle sue straordinarie Radure il cui titolo traduce, nel lessico heidegge ­riano, la Lichtung, ovvero la verità  come illuminazione, come evento che avviene nell'aperto, nello spazio libero dove il fitto del bosco lascia apparire l'orizzonte come fondo irriducibile della vita.

 

 

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Ettore Frani 'Luce nera', 2015, olio su tavola, cm 160x224

 

 

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 3.'Credo che non sia un caso che la mo ­stra accolga con sè tanto mare ed oriz ­zonte. Il flusso e il riflusso delle onde, mi parla di ciò che va e torna dal fondo' (Ettore Frani, 2011)

In questa esposizione bolognese il lavo ­ro sulla superficie sembra integrarsi ad una evocazione continua della profon ­dità . Ma anche qui la profondità  non è, come avviene in una metafisica estetica e in una psicoanalisi ingenua, opposta alla superficie. Piuttosto l'intervento di Frani sa mettere in tensione la superfi ­cie col suo fondo. Ne scaturisce in diver ­se opere come le già  citate Radure, ma anche come in Mnemosyne e Audi filia, il sentimento di una lontananza strug ­gente che sembra trascinare via chi le contempla. Perchè noi siamo, diceva ancora Heidegger in Dell'essenza del fondamento, 'esseri della lontananza'.

Siamo quelle onde che appaiono al fondo del quadro e che ripetono eternamente il loro movimento. Perchè noi veniamo, come le onde, da lontano. Siamo effetti di un orizzonte che ci precede sempre. L'evento del mondo stesso viene da un fondo lontano. Da una parte l'evento svanisce tutto nella superficie, dall'altra mostra costantemente una sua prove ­nienza, implica un orizzonte, un fondo. Noi siamo aperti alla contingenza illimi ­tata del mondo ma proveniamo sempre da una lontananza di cui non possedia ­mo la chiave di accesso. Questi mari e questi orizzonti, queste onde e queste dissolvenze, queste nebbie e queste ra ­dure, definiscono il movimento della no ­stra provenienza e del nostro accadere nel mondo. Non c'è mondo senza oriz ­zonte, non c'è vita senza provenienza, non c'è uomo senza il luogo dell'Altro. L'orizzonte si era già  presentificato con una forza lirica rara in un'opera come Altare (2010): una linea di luce orizzon ­tale attraversa il quadro e s'illumina so ­pra una massa scura e pietrosa, dando la sensazione di un'apparizione.

Adesso, in questo ultimo ciclo, l'orizzon ­te appare più torbido, più tormentato, più lontano. àˆ il fondo da cui le onde e il mare e la luce provengono. Mentre in Altare l'orizzonte appare come scolpito, qui si dà  come una presenza struggen ­te e inseparabile dal moto del mare che Frani riesce ad interpretare con la for ­za di un canto lirico, con una sensibilità  quasi romantica, goethiana, ma senza concedere nulla al sublime maestoso ti ­pico del romanticismo. L'orizzonte è di ­ventato lontananza. Il pathos struggen ­te della natura è infatti sempre filtrato dalla retina fotografica di una memoria antichissima, della lontananza di cui sia ­mo fatti. L'immagine abbandona il rigo ­re estremo della superficie monocroma e prova ad aprirsi. La sua forza è che aprendosi ella mostra e incontra quello che non può aprirsi: il fondo dell'Altro come contingenza illimitata, l'orizzonte come lontananza.

 4. Dalla radura come luogo della verità  impossibile da ridurre a semplice pre ­senza, come evento della velatura, la mostra raggiunge letteralmente Quel che resta che è l'opera che idealmen ­te, secondo le intenzioni dell'autore, la conclude. Siamo di fronte ad un sog ­getto ridotto alla sua ombra, ai suoi strumenti, agli strumenti della pittura: mano, pennello, barattolo. àˆ questo il secondo autoritratto di Ettore Frani. Il primo è stato Colloquium (2010) espo ­sto nella recente mostra milanese alla galleria San Fedele: un filo di cotone so ­stiene precariamente un gambo di ger ­bera senza petali. Ettore Frani stesso lo giudica il suo autoritratto più riuscito. L'esistenza viene ridotta all'essenziale: la gloria transitoria e caduca dei petali - l'inflorescenza dell'io - si spoglia del suo lustro per mostrare davvero quello che resta: uno stelo sospeso nel vuoto. Eppure questa arte di riduzione all'es ­senziale, questa spinta a disfarsi dell'or ­namento, spinta che motiva tra l'altro anche l'assenza dei colori, una vera e propria epochè del colore, che per certi versi non può non ricordare l'ascetismo monocromo di Antoni Tà pies, non può fare a meno di evocare l'Altro assoluto, l'impossibile da rappresentare. Come se il movimento di questa continua sottrazione fosse controbilanciato dal ­la convocazione del mistero, dell'aprir ­si all'impossibile da aprire. Non è forse questa, in ultima istanza, la vocazione sacra della pittura di Frani? Per questo, quello che resta del pittore, in questo secondo straordinario autoritratto, è solo l'oggetto stesso della pittura. àˆ la pittura come apertura al mistero dell'Al ­tro, ad un mistero che non si può aprire. àˆ il messaggio etico di Frani.

 

 

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Ettore Frani 'Ultimo silenzio' 2015, olio su tavola, cm 118x73

(per Cappella Santa Maria della Vita)

 

 

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Bibliografia
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2013
Il chiarore cercato nel profondo di Umberto Palestini in Ettore Frani Attrazione celeste, Casa Natale di Raffaello Urbino e Museo L’ARCA Teramo
Ettore Frani: verso l'esperienza del mistero e delle sue intuizioni di Leonardo Bonetti in Ettore
Frani Attrazione celeste, Casa Natale di Raffaello Urbino e Museo L’ARCA Teramo
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2012
Ettore Frani. Immagini di confine di Matteo Galbiati, Critica in Arte 12, MAR Museo d’Arte della
città di Ravenna
A libro chiuso, con opere di Ettore Frani di Leonardo Bonetti, Sigismundus editrice, Ascoli Piceno
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2011
Frani, ovvero: la tragedia dello spirito. Leonardo Bonetti, La Voce del 28/12/2011
Ettore Frani-Il ri-velarsi rarefatto della pittura intervista di Matteo Galbiati, Espoarte n° 70 “sezione giovani”
Ettore Frani Vanillapocket monografia #10, collana di libri d’arte dedicata ai giovani protagonisti della scena italiana - vanillaedizioni 2011
Lo scandaglio dell’interregno di Stefano Castelli, testo critico per la mostra personale Limen - monografia Vanillapocket #10 - vanillaedizioni
Il velo e la lontananza: una breve nota su Ettore Frani di Massimo Recalcati, testo per la mostra personale Limen, monografia Vanillapocket #10 vanillaedizioni
Sguardi sul futuro di Manuela Alessandra Filippi, Arte n°450
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2010
L’attesa dell’ignoto. Una nota su Ettore Frani di Massimo Recalcati, “Risonanze. Giovani artisti a confronto con il mistero” - San Fedele Arte
Il volto del sacro di Andrea Dall’Asta S.I., “Risonanze. Giovani artisti a confronto con il mistero” - San Fedele Arte
Una “perturbante” estraneità di Chiara Canali, “Risonanze. Giovani artisti a confronto con il mistero” - San Fedele Arte
Il cambiamento simbolico di Ettore Frani di Chiara Canali, “Il segreto dello sguardo” - San Fedele Arte
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2009
Elogio della polvere di Chiara Canali, “L’uomo e il suo destino” - San Fedele Arte
Ettore Frani di Anita T. Giuga, “Dizionario della Giovane Pittura Italiana II” - FlashArt n. 273
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2008
Ettore Frani di Stefano Taddei, Espoarte n. 53 “sezione giovani”
La luce nera dell’estasi di Denis Brandani, “Vana Immagine” - GiamaArt studio Edizioni
Esistenziali-smi.Il Pane e l’Apocalisse di Anita T. Giuga, per la doppia personale Gianfranco Ferroni/Ettore Frani