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MARICONTI Andrea

   

Andrea Mariconti ombre idee alberi Galleria Ariete arte contemporanea

Andrea Mariconti  'Le ombre delle idee'

   

   

     
 

foto andrea

  Andrea Mariconti  

  Nato a Lodi nel 1978, vive e lavora a Milano.

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Nel 2001 consegue la laurea in Arti Visive presso l'Accademia di Belle Arti di Brera, ove frequenta i corsi di Anatomia e Pittura tenuti dai professori Mino Ceretti e Davide Benati.

Nel 2002 è assistente presso la cattedra di Tecniche Pittoriche al NABA di Milano.

 

Collabora con la galleria Ala di Milano per l'allestimento delle esposizioni di Balthasar Burkhart , Christiane Là¶hr, Imi Knà¶ebel e Gunther Fà¶rg, Michelangelo Pistoletto.


Nel 2004 partecipa al workshop tenuto da Anselm Kiefer per i '7 palazzi Celesti' presso l'Hangar Bicocca di Milano.   Nel dicembre 2005 viaggia in Kosovo con un progetto di Arteterapia per bambini affetti da traumi psichici di guerra, con l'associazione ASVI di Milano.


In seguito alla specializzazione in Discipline dello Spettacolo presso l'Accademia di Belle Arti di Brera, si occupa di Scenografia e Teatro Sociale.
Nel 2004 è assistente nel Don Giovanni di W.A.Mozart, con scene di Sandro Chia, che verrà  rappresentato al festival di Cortona nel 2006.


Dal 2005 è responsabile del laboratorio teatrale presso la cattedra di Comunicazione al Centro di Formazione Professionale e Artigiana   Consortile di Lodi, dove insegna ad una classe di ragazzi disabili.

Dal 2005 segue anche l'Associazione Oltre l'Immagine per un progetto di musical con ex detenuti di S.Vittore e Opera Milanese.

 

 

MOSTRE PERSONALI

 
2016
Kanon III Halos, curated by M.G.Melandri, MAG Museum - Magazzini del Sale, Cervia (IT)

 
2015
Keramos, curated by G.I.Sidola, Federico Rui Arte Contemporanea, Milan (IT)
Kanon I Habitat Mouseion, curated by G.I.Sidola and Antonio Spadaro S.I., Diocesano Museum, Milan EXPO 2015 (IT)
Kanon II Homo Viator, curated by G.I.Sidola and Antonio Spadaro S.I., Spazio 88, Rome (IT)

 

2014
Attraction, curated by A.Redaelli, Galleria Punto sull'Arte, Varese (IT)

 

2013
Kanon, curated by E.Beluffi, Galleria Federico Rui, Milan (IT)
 

2012
Storia Naturale, curated by E.Beluffi, BPL Arte, Banca popolare di Lodi (IT)
Mens Aequorea, curated by C.Frequellucci, Galleria Percorsi Arte Contemporanea, Rimini (IT)
Aleifar, curated by di Stefano Castelli, Galleria Rotta Farinelli, Genova (IT)
 

2011
Ecumene|terra da abitare, curated by F.Baboni-S.Taddei, Sala Espositiva Telemaco Signorini, Portoferraio (IT)
La natura organica della memoria genera l'opera, curated by E. Beluffi, Sala dei Decurioni – Palazzo del Comune, Cremona (IT)
La natura organica della memoria genera l'opera, curated by E. Beluffi, Galleria Nuovo Spazio, Piacenza (IT)

 

2010
I Resti del Tempo, Galleria Federico Rui, Milan (IT)
Blackcoal, curated by di Natalia Vecchia, Galleria ZeroOtto, Lodi (IT)
 

2009
No more me (exhibition/workshop), Bell Roberts Gallery, Cape Town (South Africa)
 

2007
Quia Pulvis, curated by di Fabrizio Dentice, Galleria Pittura Italiana, Milan (IT)
De Umbris Idearum, curated by Fra. G. La Rocca, Galleria L'Ariete, Bologna (IT)

 

2006
Andrea Mariconti, curated by Maurizio Sciaccaluga, Galleria Pittura Italiana, Milan (IT)
Silenzi, curated by di Flaminio Gualdoni, Galleria L'Ariete, Bologna (IT)
 

2004
Nozzechimiche, curated by Galleria Pittura Italiana, Spazio Cailan'd, Milan, (IT)
Rumore bianco, curated by Francesco Gesti e Antonio Spadaro, Galleria Arturarte, Nepi (IT)
 

2003
Interferenze, curated by Antonio Spadaro e Rodolfo Balzarotti, Spazio S. Fedele, Milan (IT)

 

 

MOSTRE COLLETTIVE
 

2015
Art Taipei, Galleria Bianconi Milano, Tai Pei (Taiwan)
Paper Blood, curated by I.Pengo and M.Tavola, Villa Litta-Borromeo, Lainate (IT)
 

2014
Segni Moderni, curated by I.Pengo and M.Tavola, Orie gallery, Tokyo (JP)
 

2013
Sublimate, sublime, subliminal, Underdog Gallery – Lloyd's club, curated by di A.Rankle, London (UK)
 

2012
Il divino nell'arte contemporanea, Brettii Museum, curated by V. Sgarbi, Cosenza (IT)
Viva Palermo e Santa Rosalia, Palazzi Costantino e Di Napoli ai Quattro Canti, curated by G. Intra
Sidola, Palermo (IT)
Il passato rieditato, Galleria Bianca Maria Rizzi & Mathias Ritter, curated by E.Beluffi, Salone
Internazionale del Mobile, Milan (IT)
UNESCO International Bioethics Art Prize, MD Anderson Cancer Centre, Huston (Texas USA)
 

2011
Fundamentum Artis: Albanese - Chia - CodaZabetta – Ferlinghetti - DarioFo - Mariconti - Mendini - Moret - Pellegrini – Petracchi - PizziCannella, curated by di R.Z.Bongiovanni, Unicredit Private, Bologna (IT)
UNESCO International Bioethics Art Prize, The United Nations General Assembly Hall, New York (USA)
 

2010
Materia è Memoria, curated by Emanuela Agnoli, Galleria Percorsi, Rimini (IT)
Naturae, Galleria Zerootto, Lodi (IT)
Il canto degli Alberi, Galleria Federico Rui, Milan (IT)
 

2009
Walkin' Venice Open Galleries, Meggiato Fine Arts, Venice (IT)
New art gallery, Wasescha+Meggiato, S.Moritz (CH)
 

2008
Figurati!, Museo Officina delle Arti, Reggio Emilia (IT)
 

2007
Premio Cairo, Museo della Permanente, Milan (IT)
La Nuova Figurazione italiana... to be continued, curated byi Chiara Canali, Fondazione Borroni, Milan (IT)
Summer Container, Galleria Goethe 2, Bolzano (IT)
L'ombra del dubbio, curated by Maurizio Sciaccaluga, Galleria Novato, Fano (IT)
Aliens, curated by di Sergio Curtacci, Spazio Novantanove, Venezia (IT)
Landscape, curated by Stefano Castelli, Galleria 35, Rieti (IT)
Figurati!, Galleria Pittura Italiana, Milan (IT)

 

2006
Per le Strade, curated by Emma Gravagnuolo e Franco Migliaccio, Hotel Delle Arti, Cremona (IT)
Vertigini: il fantastico oggettuale, curated by Silvia Pegoraro, XXXIX Premio Vasto, Palazzo d'Avalos, Vasto (IT)
 

2005
Città di Carta: da Sironi ai contemporanei, curated by Sandro Fusina, Galleria Pittura Italiana, Milan (IT)
Premio Morlotti 2005, curated byGiacomo Pellegrini, Imbersago (IT)
Europe Project, curated by Gianluca Marziani, Hart Diest Gallery, Diest (B)
Nuovo romanticismo, Galleria Studio Vivo, Cremona (IT)
 

2004
Sacro, curated by Silvano Petrosino, Centro S. Fedele, Milan (IT)
La Fenice Prize, Venice, (second prize) (IT)
Salon di scenografia 2004 - il mestiere dello scenografo, Accademia di Brera, Milan (fisrt prize) (IT)
 

2003
Caleidoscopio di Brera, curated by Andrea Del Guercio, Collegio Cairoli Università degli Studi, Pavia (IT)
(S)paesaggi e dintorni, Galleria Pittura Italiana, Milan (IT)
 

2002
Ritorno ad Itaca, curated by Andrea Dall'Asta, Centro S. Fedele, Milan (IT)
Premio CDZ 2002, curated by Elena Pontiggia, Galleria Ponte Rosso, Milan (IT)

 

2000
SALON I 2000, Museo della Permanente, Milan (IT)
La riscoperta dell'immagine di Vigilio nell'autenticità e sensibilità odierna, Museo Diocesano Tridentino, Trento (first prize) (IT)

 

 

 

Le ombre delle idee

dialogo con Giordano Bruno

 

 

5 dicembre 2007 / 17 gennaio 2008


 

Secondo appuntamento a L'ARIETE artecontemporanea con Andrea Mariconti, giovane fra i più interessanti ed apprezzati del panorama italiano contemporaneo, autore di opere in cui volti e figure o paesaggi silenziosi sono rappresentati con tecnica composita in cui olio, pigmenti e cenere si mescolano a frammenti di carta e legno, nei toni del bianco e grigio. Gia' nel testo in catalogo della mostra tenuta nel 2006 Flaminio Gualdoni definiva quella di Mariconti 'pittura bituminosa, di qualità  fredda e sapiente, emotivamente sospesa e come straniata'.   La vicenda artistica di Mariconti si intreccia con importanti esperienze umane e di ricerca, come quella vissuta in contatto con un maestro del contemporaneo come Anselm Kiefer, che suggella certamente nel suo lavoro una particolare lettura delle cose e del tempo. Significative esperienze in campo scenografico e di teatro sociale segnano, insieme a mostre in sedi private e pubbliche, gli anni recenti della sua attività . E' finalista al Premio Cairo 2007.

La mostra 'Le ombre delle idee', che trae il suo titolo da uno scritto   di Giordano Bruno, vuole essere una riflessione per immagini, attraversando una natura che, pur nell'apparente monocromatismo, si accende di ombre, luci e mille sfumature. Una riflessione compiuta dall'autore in dialogo con il monaco benedettino Fra Giuseppe La Rocca. Il testo dello studioso diviene cronaca spirituale ed emotiva di una passeggiata insieme fra gli ulivi. Un momento di scambio e riflessione, un ricordo, un guardarsi dentro nel guardare l'altro.

' ... un grande amico   narrava di quando da giovane studente in seminario si trovava in compagnia di un suo maestro, grandissimo biblista, che di fronte al panorama di tutta l'estensione delle Alpi, esclamava: «Vedi, tutto questo è mio. Per adesso lo lascio lì ». E commentava: io capivo che quello era suo, lo capivo perchè era mio, nella misura in cui era già  nella mia esperienza, lo capivo.

E' questo, Andrea, il cuore dello sguardo che di te scorgo, che domanda ascolto. Questo brucia mentre affiora quel che Daniel Libeskind afferma: «quando un viso guardate, quel che veramente vedete è ciò che quella persona sta guardando ».'

G. La Rocca    

 

 

 

 

Silenzi

 

a cura di Flaminio Gualdoni

 


6 maggio - 20 giugno 2006

 

 

Prima personale a Bologna dell'artista Andrea Mariconti, giovane fra i più interessanti ed apprezzati del panorama italiano contemporaneo, autore di opere in cui si uniscono silenziosamente soggetti rappresentati e tecnica composita - olio, pigmenti, cenere, carta di riso, frammenti mescolati al colore, nei toni del bianco e grigio.

 

 

Flaminio Gualdoni definisce quella di Mariconti 'pittura bituminosa, di qualità  fredda e sapiente, emotivamente sospesa e come straniata'.

 

Una mostra di carattere tematico, intorno alla dimensione esistenziale delle figure maschile e femminile, viste in momenti di solitudine, riflessione, abbandono, ricordo, privilegiando i percorsi cari all'artista di ricerca e riflessione personale.

 


Secondo Gualdoni ancora 'ciò che si coagula nelle visioni di Mariconti è la frequenza della salvaguardia emotiva, dello stream introverso, come d'ansia cautelata'.'Sguardo forte e consapevole e centralità  della ragione pittorica del narrare. Questi i pilastri del tempo primo del lavoro di Mariconti'.



I temi al centro della poetica di Mariconti sono temi attuali come i rapporti interpersonali e il dialogo con sè stessi. Il silenzio diviene allora momento scelto per l'introspezione, segnato da 'interferenze', segnali di una crescente difficoltà  di comunicazione personale, proporzionale alla aggressività , anche sonora, della comunicazione massificata.

 

 

Il colore bianco, spesso presente nelle tele, anch'esso soggetto alle 'interferenze' dei materiali diversi ad esso mescolati, diviene evocativo della dimensione del silenzio o della rarefazione di un momento, di un gesto, in ideale prosecuzione con il carattere della più recente personale dell'artista dal titolo ' Silenzio bianco '. La stessa tela è segnata da 'interferenze'nella sua struttura in forma di fratture. e pause di vuoto.

 

 

Testo di Davide Benati

 

'Ogni viaggio ha una destinazione      
Segreta che il viaggiatore ignora'      

Martin Buber        

 

Una notte bombardarono Palermo a tutti i soldati in attesa di partire per in NordAfrica vennero fatti trasferire lontano dalla città .

Le colonne di automessi, i civili con le masserizie fuggirono in modo caotico e improvvisato tra bagliori, esplosioni e paura. Mio padre,   qualche decina di compagni e un paio di giovani ufficiali presero verso sud-ovest in direzione Castelvetrano.

 

A guidarli era un giovane artista figlio di contadini della bassa lodigiana che sapeva leggere le stelle. Aveva imparato a orientarsi nelle notti estive della bassa quando col padre andava a pescare le rane nei fossi irrigui e lo eccitava tutto,anche le zanzare. Fu in quelle notti che il padre gli insegnò l'Orsa,la Stella Polare e Orione:'Là  viene su il sole e là  và  giù;per andare a Lodi segui quella stella che è il nord poi su fino a Milano. Scelse così,seguendo le stelle,di guidare i compagni e per alcune ore tutti in silenzio dietro il suo camion fino a che non si sentirono più esplosioni e i fuochi ormai sbiaditi parevano quei fulmini lontani dei temporali d'agosto.

 

Si fermarono stremati poi tutti scesero dagli automezzi, alcuni con brevi lamenti altri con imprecazioni i più in un silenzio inquieto. Non ci fu bisogno da parte dei due ufficiali di ordinare nulla se non un:'chi riesce a dormire un po' lo faccia,tra qualche ora farà  giorno e non sappiamo cosa ci aspetterà  dopo'. La stanchezza,i grilli,una brezza leggera e il silenzio fecero da grande coperta ai loro corpi adagiati nell'erba;tutti vicini gli uni agli altri si diedero coraggio tra quelle ombre scure che non distinguevano. L'artista non chiuse gli occhi se non per brevi istanti perchè il cielo e le stelle della notte avevano mosso i ricordi delle sue estati di un tempo.

 

Pensava a quando,chiusa l'accademia di Brera per le vacanze,tornava a casa dai suoi nella bassa e li aiutava nella mietitura e la notte a correre giù verso il fiume a sentire il profumo dell'erba e dell'acqua. Poi pensava alla sua pittura,alle discussioni coi compagni di corso sui futuristi,sulla svolta classica di De Chirico dopo la metafisica,su Sironi e le sue figure monumentali. Stava per cedere al sonno quando volse lo sguardo al levante e vide schiarire il buio. Pensò che avrebbe sentito un gallo ma non accadde,sentì solo un po' di freddo provocargli un tremito.

 

Decise di mettersi in piedi e scavalcati alcuni compagni ancora addormentati camminò per sgranchirsi. Continuava a guardare a oriente la luce che salendo e schiarendo arrossava e vide apparire piano piano in quella prima luce enormi figure cilindriche sparse nella pianura alla rinfusa. Poi in un attimo fu giorno e si rese conto con una gioia incredula,scuotendosi come da un sogno,che lui e i suoi compagni erano finiti in un sito archeologico e che erano circondati da enormi colonne di marmo crollate chissà  quando. Guardava trabeazioni,capitelli e quegli enormi cilindri di marmo e pensava ai covoni di fieno dopo la mietitura.

 

Colonne di fieno cadute in fuga all'orizzonte là  in fondo,forti,pesanti,rotolate. Pensò alla pittura,a Piranesi,ai vedutisti francesi del Grand Tour a Villa Medici,a Corot e al De Chirico degli anni '30 e quella che gli era apparsa una visione metafisica incontrata scappando per un attimo alla guerra la tenne per sè,per il primo quadro che avrebbe dipinto quando sarebbe tornato.

Davide Benati. Modena,18 aprile 2006 pensando all'opera:'Ecumene' del pittore Andrea Mariconti        
 
 
 
 
 

Andrea Mariconti. Silenzi

Testo di Flaminio Gualdoni

 

 

Uno dei motivi cruciali della pittura d'oggi - ma, a ben vedere, iterativamente da molti decenni - è la ragione narrativa: con il corollario non meno fondante della sua autonomia e identità  rispetto alle arti giovani, cinema in testa, le quali parrebbero averle, da questo punto di vista, sottratto l'antica delega sacrale.


Andrea Mariconti ragiona di tutto ciò con acribia lucida, e soprattutto centrando il fuoco della propria esperienza sul valore stesso di narrabilità , dopo la conflagrazione dei significati, dopo il collasso dello sguardo, dopo la deriva del tempo saputo.


Ne scaturisce questa sua pittura bituminosa, di qualità  fredda e sapiente, emotivamente sospesa e come straniata. Bigi petrosi, bianchi agri, rare accensioni di lumi taglienti: come se l'innesco sensibile e il valore situazionale passino un vaglio che li esaurisca allo sfinimento, e li induca a una figurazione sdrucita, disseccata in mera tensione emotiva, architettura minima del silenzio.


Soggetti banali, alle soglie dell'anonimato indifferente. Costrutti formali rastremati in architettura forte e di scabra elementarietà , a serrare lo spazio della visione in una sorta di sottile, appena avvertibile, iperdeterminazione di presenza: le figure stanno lì, non distanziate dall'interpretazione, impastate di materie dense e inamene: figure che ti guardano, come dubitanti, chiedendoti per la prima volta di pensarle fuor di retorica.


Certo, questo processo di concussione affettiva del visibile per via di levare, prosciugandone la presenza ambigua tra fisiologia e rappresentazione sino a farlo veronica e sedimento cinereo, si nutre di molte matrici. Il retaggio non banale di certa letteratura - da Michel Butor a Georges Perec, da Raymond Carver a Don DeLillo, per intenderci - e quello del cinema che ne è scaturito; il taglio serrato, a infrangere proporzioni ed equilibri, della fotografia anticlassica e, su tutto, la pittura lucida e desolata discendente da Bacon e dalla sua stremata ècole du regard.


Ciò che si coagula nelle visioni di Mariconti non è tuttavia un carattere di visione, una questione che ancora attenga al rappresentare, men che meno a un figurare possibile. E', piuttosto, la salvaguardia della frequenza emotiva, dello stream introverso, come d'ansia cautelata, che determina il suo approccio al narrare. L'artista non accorcia la distanza tra sè e il soggetto; piuttosto, dilata la misura del proprio sguardo straniato, facendosi spettatore slontanato anche quando più emotivamente implicato. E' questa delibata alterità  che gli consente di chiudere bruscamente il campo visivo per via di restringimenti aggressivi, assediandolo spazialmente, risentendone la densità  e la sostanza situazionale, decidendo per tratti essenziali il suo carattere.


Tale doppio registro visivo si dispiega quasi programmaticamente identico tanto nel figurare elaborante di corpi e interni, quanto nella misura di genere del paesaggio, ove più vincolante si fa la questione del campo visivo e la retorica della distanza ottica: segno, questo, d'un modo di intendere la pittura radicato in lucido criticismo, non acquattato dietro l'alibi d'una sempre più dilavante postmodernità .


Sguardo forte e consapevole, e centralità  della ragione pittorica del narrare. Questi i pilastri del tempo primo del lavoro di Mariconti: e già  s'intravvede la maturità  potente.

 

 

 

Testo di Sabina Gerardi

 

 

Non sono una critica d'arte, nè una intenditrice di pittura, ma mi piace inseguire la bellezza là  dove fa capolino, cercare di cogliere l'origine della vibrazione che mi colpisce. Avevano questo accento - la prima volta che li ho incontrati, per caso - i quadri di Mariconti. Squarci di interiorità  di figure ritratte in casa di amici. Il pittore aveva dipinto i componenti della famiglia come distillandone l'essenza, colta, però, non in astratto, ma attraverso frammenti di posture, ritagli di gesti, capelli e colletti. - Scoperti - e fissati.   Lui svelava a me qualcosa dei miei amici. Eppure qualcosa restava ancora celato, imprigionato forse nella monocromia o nel misterioso accostamento di pittura e materiali diversi.


Impossibile resistere alla proposta di incontrarlo per scriverne un articolo.
'Io sono uno nascosto' mi dice dopo un'ora di dialogo tra strade e metrò per raggiungere, a Milano - via Palermo-, la galleria dove sono esposti i suoi quadri. E' il primo cedimento di una imperturbabile ma accattivante barriera di gentilissima riservatezza, asserragliata dietro gli occhiali di un bello sguardo dagli occhi verde chiaro.


Sono tante e incalzanti le domande,   dalle più semplici -ci si conosce per la prima volta- a quelle che parlano più di noi. Le parole non ci scivolano accanto, le risposte hanno il sapore dell'autenticità , anche se ancora non si vogliono scoprire.


Rimango catturata, alla sua mostra, dagli spazi dei paesaggi e da quel bianco vivo e caldo che sembra lottare, composto, non tanto col tratto nero o col grigio del cemento, ma col gelo del bianco acrilico, senza vita. Lì, Mariconti parla di sè, insieme ai suoi quadri racconta, trasformato, del suo fascino, del suo interesse per la geometria e per il suo accostamento con le forme naturali.


 E' vero. Nelle sue composizioni   le forme razionali attraversano la rappresentazione naturale come una spina dorsale, non vi è commistione, ma reciproco sostentamento. E' come se un intimo bisogno di ordine e chiarezza attraversasse l'impulso vitale della luce e della materia. Mi viene da pensare alla mia lotta quotidiana fra ordine e disordine, anzi, meglio, all'insopprimibile voglia di purezza che non mi abbandona mai e, dentro, al fascino della sorpresa e della novità  nascosto nelle piccole - grandi cose di tutti i giorni.


Il cambiamento, mi dice, ed il tempo. Vedere cambiare il colore nel tempo, il bianco - il colore più vivo, dice lui -, guardarlo diventare caldo, prendere forma, superare quasi le intenzioni dello stesso artista. Li sorprende vivere i suoi quadri. Le sue parole sono precise, e vere, se pure ancora trattenute.


I paesaggi dei covoni sparsamente allineati sembrano volerlo salvare dalla cattura delle mie domande, attirando su di loro lo sguardo. Lascio la presa e cedo lentamente al loro richiamo, soprattutto quando il sorriso del pittore sorprendentemente respira in un calore nuovo nel salutare l'arrivo di un amico.
Un aperitivo al bar e gli ultimi saluti. Si percepisce, come dai suoi quadri, lo sguardo di uno che guarda, che sa guardare. Impossibile trovare la chiave nella somma dei suoi elementi. L'arte chiede di essere incontrata per quello che è: suggerimento di un mistero.

 

 
Testo di Francesco Bernardi

 

Andrea non lo conoscevo. Non sapevo neppure che ci fosse una sua mostra, al meeting di Rimini nell'agosto del 2003.


Al meeting bisogna esserci stati per capire quale rincorsa di appuntamenti, di opportunità , quante facce interessate e che sovrabbondanza di emozioni, si possono incontrare; basta solo starci ed essere curiosi.


Un pomeriggio, un po'stanco per l'incalzante ritmo della giornata, avevo bisogno di uno spazio luminoso e fresco per stare solo; i quadri di Andrea Mariconti erano in un'area appartata, ben esposti, proprio giusti per il ristoro che cercavo.


Mi sono piaciuti subito. Per il loro equilibrio estetico, per quella trasgressione educata, che si respira nella contrapposizione di materiali naturali e sintetici, di corpi e geometrie regolari, di natura viva e natura morta, tutto descritto dalla prospettiva di un particolare, armonicamente raccontato con le varie tonalità  del grigio e del bianco.
Chi era quel pittore così per bene, ma anche così irriverente, che veniva voglia di sospingere un po' più in là  nel suo viaggio, quasi ad incoraggiarlo perchè la direzione appare giusta, senza apparenti certezze, ma che ti lascia il dubbio di saperla più lunga di te.


L'ho cercato e poi l'ho visto un paio di volte, nel suo atelier a Milano.
Andrea è come i suoi quadri. Giovane, pulito, caldo, discreto, intelligente, gentile, sospeso, subito amico, all'apparenza discosto come un inglese, che parla e mangia italiano.


E' una fortuna, ed è gratis, avvertire la voglia che una storia possa nascere; nella vita capita, e non bisogna lasciarsi sfuggire l'intuizione.
Il progetto di una serie di tele sulla mia famiglia è nato così, ed è subito piaciuto a tutti e due, come ci sono piaciute le sei tele che Andrea ha dipinto per noi.
E poi oggi lo conosco meglio e qualcosa di più ho capito e mi azzardo anche a dirlo.
Si, quella educazione che rende forte la sua arte ha una radice, che riposa e sprona insieme; si chiama tradizione.


Andrea Mariconti ha una storia, fatta di genitori e di nonni, di scuola, di libri, di amici, di odori, di polveri e colori, di campi, che sono la cifra del suo dipingere e che si ritrovano nello sforbiciare le posture dei suoi soggetti, nei rettangoli di carta e seta che graffiano senza ferire i quadri, nella fusione di tela e legno e soprattutto nella cenere che tutto unisce e tutto scandisce; la cenere che lava, che guarisce, che concima, che colora e che sempre rigenera.


Come fosse un rituale, abbiamo preso un legno della mia casa, lui lo ha tagliato e messo nei quadri per noi, lo ha bruciato; poi la cenere ha colorato ogni tela, si è posta come segno della nostra amicizia.
E allora più in là , è un fruscio o un uragano, comunque vero per me, per te, è vero per quanti ti apprezzano e godono del tuo lavoro.
Grazie Andrea.

 

 

Rumore bianco

(il dramma del bianco è che la polvere è nera )

Testo di Francesco Gesti



Il rumore bianco - meglio, un suo effetto - coincide con una forma di silenzio apparente, un'onda o una radiazione di frequenza tanto indifferenziata da non essere immediatamente percepibile; una forma di contraddizione o di paradosso acustico che fa sì che si percepisca il rumore solo al momento della sua assenza: ci si rende conto che si stava sentendo un rumore e non un silenzio solo quando si verifica un silenzio effettivo.

Anche il bianco - il colore bianco - del resto sembra essere un elemento contraddittorio, non avendo una connotazione univoca e aprendo una gamma di richiami semantici eterogenei, divergenti, a volte sovrapposti e interferenti: mistico, domestico, sublime, intimo, inospitale, antisettico, umorale, ospedaliero, nuziale, terrifico, igienico, mortale, freddo, incandescente.

Una ricognizione come questa potrebbe essere anche più lunga, naturalmente, e completata da particolari esempi di cose bianche; potrebbe finire col riproporre, anche variandone la casistica, quanto già  tentato da Melville in un capitolo sulla bianchezza della balena.

Comunque rimarrebbe un elenco vago e ambiguo, come forse ambigua e contraddittoria è propriamente la natura del bianco.

Una forma di contraddittorietà , graduata su livelli diversi, sembra anche essere il fondamento della pittura di Andrea Mariconti: una somma di informazioni multiple e contrarie che nei dipinti si traduce in interferenza sensoriale: Interferenze è una serie ampia e relativamente recente di opere concentrate sulla presenza, anche parziale o interrotta, della figura umana nello spazio abitativo, sul suo rapporto con lo spazio stesso e gli oggetti che lo definiscono.

L'immagine dell'uomo, osservato come trama di rapporti (spaziali, affettivi, nervosi, oggettuali), è affidata essenzialmente a due canali concomitanti: un uso calibrato e oppositivo di materiali eterogenei, organici e inorganici (olio e acrilico, carta da fotocopiatrice e carta di riso, legno, cenere e limatura di ferro), oltre che a una visione sovrapposta e simultanea di una figurazione esplicita, di stampo classicista ma implicitamente virata in chiave espressionista, e, in trasparenza, di una composizione spaziale rigorosa e minimalista.

Una tale soluzione di elementi, organizzata con equilibrio, che non sembra mai sbilanciarsi a favore (o a danno) dell'uno o dell'altro, porta alcune conseguenze, anch'esse intimamente contraddittorie, nell'ambito della percezione di questi lavori.

A un primo livello si verifica un'intersezione semantica, una forzatura dei limiti linguistici della pittura a diventare essa stessa oggetto e, quindi, la necessità  di assumere, anche in forma spuria o appena suggerita, componenti di un lessico effettivamente scultoreo; in questo senso, dunque, la pittura di Mariconti sembra essere a un tempo antimoderna nella scelta di un impianto da cavalletto e ultramoderna nell'adesione alla letteralità  del supporto pittorico e alle proprietà  organolettiche dei materiali.

A un ulteriore (e forse meno esplicito) grado si osserva un paradosso cromatico: la cenere, che potrebbe apparire come l'unico elemento colorato di queste opere, è utilizzata invece come materiale, come corpo piuttosto che colorazione di un corpo; l'impiego che ne viene fatto e, quindi, il suo valore è piuttosto strutturale che non mimetico o cosmetico.

D'altra parte il bianco, che si sarebbe naturalmente portati a vedere come assenza di colore, diventa oggetto di un trattamento implicitamente cromatico nella diversificazione delle textures derivata dalle reazioni dell'olio con l'acrilico, dal colore steso con il pennello o con la spatola, sul lino, sul cotone o sulla carta, scoperto o schermato da pellicole semitrasparenti di carta di riso imbevuta di olio.

C'è una continua instabilità  nell'apparente uniformità  del bianco (che non si chiude mai completamente attorno alla figura e di cui la figura costituisce, a questo punto, l'interferenza più evidente) e, in definitiva, sembra essere in questa dinamica rallentata l'ingrediente che più di altri conferisce temperatura a queste immagini, contrariamente alla loro apparente freddezza; temperatura che si realizza come un'acuta sensazione di attesa, da parte dell'uomo, di riconoscersi nel rapporto con lo spazio e con le cose.

Le tensioni costruttive e percettive che nei primi lavori erano affidate a una regia interferita, nella più recente serie Rumore bianco, in cui Mariconti raggiunge un ulteriore grado di rarefazione e in cui sembra traslata visivamente la medesima dinamica che informa il fenomeno acustico, sono tradotte in una dimensione più strettamente temporale e uditiva.

La visione bianca e frammentata, apparentemente ferma e silenziosa, di una tavola apparecchiata con piatti e stoviglie nell'istante precedente e successivo al pasto, descrive, al fondo, un movimento più adatto a essere percepito come radiazione dello spazio che come presenza oggettuale nello spazio.

L'abbassamento (o la saturazione) nel bianco dei dettagli descrittivi relativi all'hic porta naturalmente all'intensificazione della sfera del nunc: non soltanto per il fatto che tutte le tele, nel loro insieme, costituiscono una sequenza, ma piuttosto perchè ognuna di esse, col suo carattere di frame, sembra descrivere un istante di tempo estratto da un flusso temporale ininterrotto, sembra fare una radiografia dell'istante (in cui la cenere porta un'eco del blu cinerino delle lastre), oppure, in senso visivo e acustico insieme, sembra mostrare, più che gli oggetti in sè, lo spettro (sonoro) degli oggetti.

Eppure anche questo tipo di visione mantiene come punto focale la presenza dell'uomo, per quanto attraverso un paradosso; è, in definitiva, una forma di presenza in assenza: nell'attesa degli oggetti per l'azione umana e, poi, nei segni dell'azione umana sugli oggetti.

 

 

Rumore Bianco

Testo di Piera Peri

 

Bianchi e neri, oggetti quotidiani e giovani figure umane, silenzio e rumore, le Interferenze che si producono dal loro incontro: questi gli elementi portanti della mostra personale del giovane artista milanese Andrea Mariconti, a cura di Francesco Gesti e Antonio Spadaro, visitabile alla Galleria Arturarte di Nepi dal 10 Giugno al 10 Luglio. La visione delle tele, di formato differente, ma tutte lavorate con la stessa sfera cromatica giocata sulle variazioni del bianco e del nero e tutte incentrate sugli stessi soggetti, è accompagnata da un'installazione sonora che spiega anche il titolo della mostra: "Rumore bianco". "Rumore privo di periodicità , avente uguale energia per ogni banda di frequenza di ampiezza costante...il rumore bianco ha quindi ampiezza di banda infinita e potenza infinita...non risulta molto rilassante....è efficace per mascherare altri suoni e in particolari circostanze è indicato per provocare allucinazioni uditive." Un rumore in definitiva fastidioso, disarmonico, ma al quale siamo abituati vivendolo come sottofondo costante delle nostre giornate cittadine. In una galleria d'arte a questo rumore porgiamo altro "ascolto": non passiamo distrattamente su di esso, una galleria d'arte è solitamente priva di rumori artificiali. Inoltre ripetitivamente si interrompe lasciando posto alla mancanza di rumore. Proprio allora, e non prima, ci accorgiamo della sua forte presenza e ci domandiamo come possiamo sopportarlo giornalmente e quanto sia elevato il nostro livello di assuefazione. La quotidianità  del "rumore bianco" richiama concettualmente la quotidianità  dei soggetti pittorici di Mariconti: sulla vasta parete sinistra della galleria sono esibite sette carte intelaiate di piccola grandezza, ma di rilevante spessore fisico, che, una dopo l'altra, mostrano particolari di una tavola imbandita di cui notiamo l'assenza delle figure che quegli stessi oggetti dovrebbero utilizzare ed hanno approntato. Sulla parete centrale, spazialmente e concettualmente conseguenti alle prime, carte intelaiate dello stesso formato mostrano gli stessi oggetti da mensa colti nel dopo. Modificati nel loro assetto iniziale, accompagnati dall'aggiunta di oggetti personali, come una pipa o una borsetta, hanno subito un cambiamento dettato dal passaggio della presenza umana che, comunque, ancora una volta, visivamente, ma non concettualmente, è esclusa. Viceversa la figura umana è regina di tutte le altre composizioni della mostra. Giovani donne e giovani uomini, fissati in momenti per lo più di stasi, rigorosamente in bianco e nero e su sfondi annullati ancora una volta dalla presenza incombente del bianco. Spazi minimali e atemporali su cui si stagliano queste figure private della metà  del volto. Posizionate in modo tale che la zona finale del volto venga tagliata dal limite della tela, è proprio la negazione del volto l'aspetto che colpisce in queste raffigurazioni. Il taglio in questo caso pittorico diviene altrove taglio fisico. Molte composizioni nascono infatti dall'incontro ravvicinato di due superfici differenziate ed accostate. Spesso, una di esse, solitamente la più piccola per dimensioni, è una semplice tela non lavorata o una grezza tavola di legno che accompagna, senza stridere, l'eleganza e l'armonia della tela dipinta. Vi è un'attenzione particolare all'uso dei materiali e al loro potenziale cromatico nella ricerca estetica di Mariconti: la cenere, unico elemento colorato, ricorre in tutte le composizione ed è paradossalmente utilizzata più per la sua matericità , più come "corpo che colorazione di un corpo". Il bianco grazie al differente uso di pennello o spatola, di tela di lino, cotone o carte, insieme alle pellicole semitrasparenti di carta di riso imbevute di olio ad esso sovrapposte, conquista diverse gradazioni di straordinaria vitalità . Non è facile incanalare in uno stile il modus operandi di questo giovane ma già  solido e maturo artista: uno stile che usa la quotidianità  come soggetto privilegiato della ricerca estetica, quotidianità  descritta in modo intimo ma coinvolgente, grazie soprattutto alla messa in atto di una pittura veloce, non perfettamente definita. Una pittura che, vista la giovane età  di Mariconti, tenderà  a trovare molteplici esplicazioni ed evoluzioni. Una pittura che merita attenzione nella sua attualità  e che sicuramente ne meriterà  nel suo futuro svolgimento.

 

 

 

 

  Una Lenta Panoramica

testo di Maurizio Sciaccaluga
 

 

Andrea mariconti lavora sui contrasti, sull'integrazione, sulle interferenze e coincidenze. Senza dichiararlo apertamente, nelle tele sposa e sperimenta materiali antitetici, fonde insieme tempi successivi e consequenziali, unifica in una sola visione i processi di causa ed effetto. A volte lo fa nella stessa opera, in altri casi sviluppa gli argomenti in serie e cicli complementari, da leggere in un serrato confronto. L'impianto iconografico spesso si ripete, ma si rinnova l'approccio all'immagine: la medesima situazione viene cioè interpretata da diverse angolazioni e descritta con l'uso dei materiali più improbabili e differenti. Che non si dichiarano con immediatezza, e si svelano solo dopo un'attenta visione. L'abilità  dell'artista, simile a quella di un alchimista, è tenere sotto controllo le varie sostanze, riuscire a farle convivere sulla tela senza lasciarle deflagrare, dare vita - nella stessa sperimentazione - a un lavoro sul miraggio e la realtà , la proiezione e l'assorbimento, l'impalpabilità  e la consistenza, la fissità  e il movimento.

 

Mariconti obbedisce all'evidenza e alla corposità  della materia, la stessa che suggerisce le forme e guida la rappresentazione. E si affida a una pittura stratificata attraverso l'uso interferito di tecniche diverse. Medium è il cemento, che stende come base nella preparazione della tela, e che continua a utilizzare anche dopo, mischiandolo all'olio, all'acrilico, ad altro cemento, oppure impastandolo con la terra e con la cenere. Il risultato è una pittura tonale che varia dal bianco al nero e grigio, con un'organizzazione dello spazio minimalista, atemporale, quasi astratta. La cenere è paradossalmente utilizzata più per la sua matericità  e concretezza, più come corpo che colorazione di un corpo. Rappresenta il vero elemento pulsante di umanità , alla cui luce tutto acquista valore affrancandosi dal neutro. Il bianco, grazie al differente uso di pennello e spatola, di tela di lino, cotone o carte, insieme alle pellicole semitrasparenti di carta di riso imbevute di olio ad esso sovrapposte, conquista gradazioni di straordinaria vitalità .

 

Dalla profondità  neutra e opaca di questo fondo virato di bianco, eterno, solenne ma vuoto, emergono le figure, stilizzate nelle   loro tensioni essenziali.   Sono giovani donne, uomini fissati in momenti di stasi, dove la morbidezza della carne si sposa con la durezza del cemento. Più di frequente si tratta di tematiche bucoliche e pastorali, di visioni agresti, dove la natura incontaminata è sempre e comunque amica, e il tempo è quello ciclico e monotono, scandito dal passare delle stagioni. Mariconti recupera la tradizione classica del paesaggio, che fa pensare immediatamente ai campi coltivati di segantini, o alla serie dedicata ai covoni di fieno che monet vedeva affacciandosi dalla finestra della sua casa di giverny. Come il maestro impressionista, anche mariconti sceglie di parlare della sua terra, la pianura padana, quella vicina alla zona del lodigiano. E lo fa cercando di fissare sulla tela l'effetto provocato dalla luce sui covoni nei diversi momenti della giornata e delle stagioni, nelle differenti condizioni metereologiche. Affronta la luce concentrandosi sulla sua proiezione e il suo assorbimento. Tratta i bagliori cupi del crepuscolo così come l'atmosfera surreale del mattino, il chiarore accecante della neve, che col suo manto ricopre i campi coltivati, e le ombre della pioggia in una giornata di fine ottobre. Ma non gli basta descrivere le fonti luminose, raccontare il loro impatto in un ambiente, evocare le atmosfere giocate su ombre e splendori. Vuole immortalare il processo d'illuminazione, identificare e catturare l'attimo e i modi in cui un raggio parte e gli oggetti o un paesaggio ne sono colpiti. Desidera seguire, in ogni fase, il miracolo della formazione di una forma, quel momento che permette alla luce di disegnare una silhouette, far comparire un corpo, creare dal niente un'immagine.

 

I paesaggi di mariconti sono panorami impalpabili, sfuggenti ed eterei come l'aria. Solo una minima parte del quadro descrive l'orizzonte, evoca i contorni degli alberi, suggerisce la presenza del bosco, della strada o dell'acqua. Il resto, più di quattro quinti della tela, sono pura luce, colore vibrante che si muove e fluttua per andare poi a concentrarsi su esili silhouette.

 

Soggetto della pittura è la realtà , modo di rappresentarla è il miraggio. L'artista si concentra solo su quello che vede, non ama l'immaginazione senza zavorre e legami. Osserva quello che ha attorno nella campagna sterminata e ossigenata in cui vive, e lo dipinge con pennellate ampie e liquide.   Non c'è inflazione di luci, mancano le folle e gli schiamazzi, tutto è natura e silenzio, contemplazione di un orizzonte da percorrere in lungo e largo con lo sguardo. Si tratta di verità  innegabili ed evidenti, tangibili per quanto lontane dai caotici ritmi della città , ma le pennellate le trasformano in sogni, in memorie, in miraggi magari destinati a scomparire di lì a poco. Nella realtà  sono pura quotidianità , su tela sembrano apparizioni. Ogni elemento è destinato a galleggiare in una dimensione illogica e sospesa, in un magma onirico e impalpabile, ma anche alquanto reale, sognato ma terribilmente concreto. Quando inquadra un punto luminoso, mariconti si concentra sul suo ondeggiamento, sulle vibrazioni dei raggi, sull'impossibilità  di bloccare e definire la forma di questo intenso chiarore. L'impressione dello spettatore è quella di essere davanti a una sequenza, tradita proprio dalle vibrazioni delle luci, a una lentissima panoramica o all'istante rubato a una zoomata progressiva.  

 

 

S.I.

Testo di Antonio Spadaro

 

 

 

Andrea Mariconti obbedisce all'evidenza e alla corposità  della materia, che suggerisce le forme e guida la rappresentazione. Il principale soggetto delle sue tele, il corpo umano assunto essenzialmente come larva protesa e tronco verticale, vive del contrasto tra la concretezza della cenere, densa di connotazioni calde, e la profondità  neutra e opaca dell'acrilico. Proprio qui si trova il punto sensibile della sua ispirazione: le figure emergono, stilizzate nelle loro tensioni essenziali, da un fondo eterno, solenne ma vuoto, con tutto il loro dinamismo. Restano delle corde tese assolutamente concrete, ma insieme semplificate fino a toccare l'astrazione del simbolo. E' dunque essenzialmente l'equilibro architettonico delle linee e dei pesi a rivelare l'umanità  dei suoi soggetti senza volto.

Ecco la sottile sfida delle tele di Mariconti: presentare l'umano rispettando il divieto radicale di rappresentazione del volto. E' il corpo a dire tutto con le sue tensioni, i suoi slanci, i suoi ripiegamenti, il suo rapporto geometrico con gli oggetti. Rappresentare il volto sarebbe gesto violento di possesso di un'umanità  che invece deve rimanere libera di tendersi al di là  di ogni dominio. Così, se esso appare, è sempre (ri-)velato, quasi sacralmente, dai capelli, dalle braccia, dalle mani, da un taglio della tela o, almeno, da uno strato tenue di carta di riso intinta nell'olio. E' la stabilità    incerta delle geometrie e dei pesi del corpo a dire in queste tele l'essenziale vocazione dell'uomo, in un modo che l'espressione effimera, seppur vera e tenera, del suo volto non sarebbe in grado di comunicare.

Mariconti sente anche l'esigenza di dare un ritmo alle tensioni e alle architetture corporee e a questo scopo utilizza elementi geometrici vivi come strisce vegetali, tasselli di legno grezzo e persino cartelli indicatori «battezzati » nella cenere. E' proprio la cenere il vero elemento pulsante di umanità  e spiritualità , alla cui «luce » tutto acquista valore affrancandosi dal neutro. Ma questi inserti rappresentano anche un buco, una traccia d'altro depositata orizzontalmente, «incarnata » nella tela. A volte questo buco è dato anche dai tagli delle tele, montate in modo da segnare una discontinuità  nella rappresentazione del soggetto. Ed ecco dunque un'altra sfida di Mariconti: il senso dell'ulteriorità , dello s-fondamento, dell'altrove (mai della sterile «utopia », però) è dato sempre dalla concretezza degli inserti, dalla geometria dei montaggi. Non c'è dunque resa al labirinto delle forme, ma al mistero di una «presenza » (gli inserti) e di una «ferita » (le distanze).